Recensioni

<p>Tratto dall’omonimo racconto breve del 1922 di <b>Francis Scott Fitzgerald</b>,<b> </b>il film ha avuto una genesitravagliata prima di venir affidato a David Fincher, passando anche attraverso lacandidatura di Ron Howard. La storia bizzarra è tutta un flashback, che muove dalpresente della New Orleans a ridosso dell’uragano Katrina (siamo nell’agostodel 2005) indietro fino alla nascita di Benjamin (<b>Brad Pitt</b>), bambino nato vecchio che man mano ringiovanisce con iltempo. Con l’espediente della lettura di un diario, seguiamo il protagonista nelcorso della sua vita che si intreccia con la storia del Novecento, in una seriedi rimandi spazio temporali, la cui costante è fornita dalle sue trasformazionifisiche e psicologiche e dall’inseguirsi con l’anima gemella Daisy (<b>Cate Blanchett</b>).</p>
<p>Ma più che i tormenti interiori in una vicenda inconsuetacome quella capitata al protagonista, <b><i>Il curioso caso di Benjamin Button</i></b> rivolgela sua attenzione ai cambiamenti esteriori, non lasciando mai veramente ilsegno. Altra cosa davvero rispetto al film che subito viene alla mente, <b>Forrest Gump</b> (di Robert Zemeckis, 1994)e quel suo personaggio che invece attraversava la storia americana con nient’altroche il suo candore. Naiveté presente anche qui (non a caso lo sceneggiatore EricRoth<span> </span>aveva collaborato anche allapellicola di Zemeckis), ma che non basta a risollevare le sorti del film. Quelche sembra interessare a Fincher è osservare, con la cura maniacale di un entomologo,come si comporta il protagonista vecchio con la mente di un bambino eviceversa. </p>
<p>Una riflessione sul tempo e sulla brevità della vita, sullamorte perciò e sul rincorrersi da parte di esistenze diverse con sfalsamentitemporali. C’è l’alone della <span>malinconiae della nostalgia per il tempo che trascorre, tema tutto fitzgeraldianoquest’ultimo, reso anche attraverso un ovattamento della fotografia. C’è unacura formale molto elevata, un’ossessione per i particolari che toglie anima; ed’altra parte i personaggi non sono approfonditi, bensì semplici maschere chesi lasciano attraversare dagli eventi. Niente veramente tocca, neanche imomenti che si vorrebbero più emozionanti, resi del tutto calligraficamente.</span></p>
<p>Al film avrebbegiovato anche una minore durata (166 minuti sembrano davvero troppi!) e unmontaggio più snello, con una maggiore fluidità tra un periodo e l’altro dellavita di Benjamin. Non mancano momenti di puro kitsch, del tutto superflui(intere sequenze temporali che si potevano tagliare per esempio: è il caso delviaggio in Tibet, per citarne uno) e segmenti di comico del tutto involontario,come il lungo monologo di Daisy, ballerina classica che racconta a unindifferente Benjamin della scena parigina legata alla nascita della danzacontemporanea<span> </span>e dell’ascesa delcoreografo Balanchine. </p>
<p>Quel che resta delfilm allora sono le attente trasformazioni fisiche digitali, mentre ci sidomanda come invece sarebbe stata la resa da questo punto di vista con mezzimeno potenti. Forse più artigianale<span> </span>emeno algida. Da questo versante tutto sembra perfetto, Brad Pitt si toglie manmano con il passare del tempo gli anni dal volto e dal corpo come un consumato<b> Dorian Gray</b> wildiano in un patto conil diavolo, però senza consapevolezza e con noncuranza quasi. Se non si sta apensare agli effetti digitalizzati quasi si trova la cosa naturale ed apparefacile la resa del personaggio da questo versante. Comunque una prova ottima lasua, così come è ottima anche la camaleontica <b>Cate Blanchett</b> alla quale siamo ormai tanto abituati che quasi nonse ne percepisce più la fatica attoriale, ma solo la naturalità. Per Fincher, un’occasione sprecatissima.</p>
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