Recensioni

7.2

L’uomo se ne sta sotto il portico della casa come se fosse sul ciglio di un abisso definitivo. Guarda negli occhi il destino e ammette con disarmante candore che non si fermerà ancora per molto: ha un appuntamento non rinviabile con la morte. Questa l’immagine del brano finale del nuovo disco del quasi ottantenne cantautore americano, una I Won’t Stay For Long che paradossalmente ha scritto apposta per lui il figlio James Raymond (che comunque va per i sessanta…). Certo che tra padre e figlio, le parabole non sono proprio coincidenti. Se il giovane è un onesto mestierante di talento, il padre è sicuramente una walking legend che nell’ultimo decennio ha deciso di affrontare la propria mortalità di petto e scrivere, suonare, cantare come mai prima in via sua. Ne è prova la diluizione della produzione tra il 1971 e il 1993 – appena tre album – e l’accelerazione dell’ultimo periodo: For Free è il quinto disco in sette anni, come se ci fosse urgenza di fare. In mezzo ci sono stati la continua lotta con alcol e droghe, i problemi di artrite che di fatto gli impediscono di suonare la chitarra, lui che era uno dei maestri del fingerpicking, e un rapporto non facile con la propria stessa vita.

Prendete per esempio il complicato (eufemismo) rapporto con Joni Mitchell, autrice della canzone che dà il titolo al disco stesso. For Free è un brano meno frequentato del suo canzoniere, scritta negli anni Sessanta, proprio nello stesso decennio in cui lei e Crosby avevano una relazione. Ci sarebbe da scrivere un romanzo sull’intreccio di relazioni che proprio a casa Mitchell nel Laurel Canyon (Los Angeles) si sono aggrovigliate, strappate, ricostruite tra gli anni Sessanta e Settanta. Oltre al resto dei Crosby Stills Nash, Young, ci sono passati anche Steven Spielberg, George Lucas e praticamente qualsiasi musicista californiano che contasse qualcosa. Ecco, da allora Crosby e Mitchell non si parlano molto, ma ciò non impedisce al baffuto cantautore di continuare a pensare che “Mitchell è la più grande cantautrice al mondo” e incidere una cover di una sua canzone.

In Rodriguez For A Night, invece va segnalato il contributo in sede compositiva di Donald Fagen (Steely Dan), ma è solo una nota di copertina curiosa. Un po’ più presente è Michael McDonald, altra vecchia gloria del folk e del cantautorato a stelle e strisce, che offre la seconda voce per River Rise e i backing vocal in altri pezzi. Solo che Crosby, più anziano di dieci anni, sembra quello più giovane, tanta è l’energia e fulgida l’intenzione che si sente uscire dalle casse. Colpisce The Other Side of the Midgnight  (sempre firmata James Raymond) perché è un sunto del mondo musicale di Crosby: vocalità cristallina, armonie tra voce maschile e femminile (la figlia Grace), testo che guarda alla poesia e al romanticismo, una sorta di coperta di Linus della West Coast. Perché, tolta la chitarra, a Crosby che cosa è restata se non la voce? Certo, meno duttile e cristallina di quando si armonizzava in quel west coast sound che rese celebri le sue band (non dimentichiamoci anche i Byrds, di cui è stato fondatore), ma comunque ancora capacissima di emozionare, infondere senso a parole magari scritte da altri, come nel caso della già citata chiusura del disco.

Per il resto, in questo nuovo capitolo della discografia della terza età, che ricorda le rinascite di altri musicisti del passato, dalla serie American Recordings di Johnny Cash al testamento in note di Leonard Cohen, You Want It Darker, è fragrante come se si trattasse di una gemma perduta risalente al periodo d’oro. Certo, non ci saranno capolavori (ma chi li chiede più a uno con questa carriera?), ma una manciata di ottime canzoni che fanno il paio con la bella copertina del disco – un suo ritratto dipinto da Joan Baez – e rinnovano ancora una volta la magia personalissima che Crosby ha saputo mettere in tutti i dischi a cui ha lavorato, da solo o in una band. Senza una concessione che potesse allontanarsi anche solo di un millimetro dalla sua visione del mondo e della musica.

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