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Le dichiarazioni di David Cronenberg si rivelano sempre pungenti e puntuali analisi sulla natura dell’uomo. “Credo che la violenza venga fuori dall’impossibilità di vivere la realtà che vorremmo. Nonostante tutti i nostri tentativi di evolverci, anche attraverso la tecnologia, la violenza continua ad essere una malattia universale”.

La violenza, quindi, come un virus che agisce sotto pelle e che traccia una trama permanente nell’agire umano. Una condizione forzata dell’uomo civilizzato. A History Of Violence, liberamente tratto dal romanzo a fumetti di John Wagner e Vince Locke, si dipana quindi come una complessa analisi dei meccanismi psicologici che si vengono a creare quando si è vittime o carnefici. Cronenberg decide di giocare palesemente anche sulla rappresentazione della violenza, sul modo di mostrarla, usando un sarcastico e ironico sottotesto della visione, per introdurre personaggi e ambienti. Il film ha una veste da classico american movie. Da un lato ci sono i gangster, dall’altro due cowboy in acido, dall’altro ancora c’è la famiglia dell’uomo medio di provincia, nell’America impaurita della contemporaneità, quella che elegge ad eroi i suoi giustizieri privati.

Il gusto estetico dell’autore canadese, anche se decisamente evoluto rispetto agli esordi, conserva ancora parte della freddezza chirurgica con cui si è fatto conoscere. I brevi flash e primi piani, con sangue e crani rotti, collidono fragorosamente con l’aspetto canonico del b-movie di genere, così come le roventi scene di sesso, che sono un’evidente lotta di potere tra i sessi. Lo stesso accade con alcuni lampi di introspezione. Certi primi piani terribili su volti alterati o raggelati. L’insistenza sul volto allucinato di Viggo Mortensen quando osserva il figlio omicida, lo sguardo incredulo di Maria Bello mentre osserva trasformarsi sotto i propri occhi l’uomo che credeva di aver sposato.

La scissione psicologica del protagonista è, in effetti, il segno più evidente della poetica del canadese. Ed Harris (che entra di diritto nella galleria cronenberghiana dei mutilati eccellenti) rimane per un attimo sorpreso, quando finalmente il rimosso Joey Cusack ritorna in superficie e ha la meglio sul buon Tom Stall. L’interesse principale del Cronenberg post-Crash è quello di indagare le modificazioni psichiche che la natura delle cose impone ai suoi algidi soggetti. Il pericolo di una deriva eccessivamente freudiana è fin troppo evidente ed alla base della parziale non riuscita di Spider, ma in questa seconda fase della sua carriera il suo lavoro è ancora lontano dal trovare il suo climax definitivo. ExistenzSpiderA History Of Violence sono altrettanti assestamenti lungo un asse più marcatamente psicologico ma non meno terrificante. Se la carnalità del passato si è parzialmente estinta sulle rotte di Crash, resta da vedere dove lo porterà lavorare più scopertamente sulle modificazioni mentali.

In un’altra dichiarazione, il regista canadese ebbe il tempo di professarsi un cartesiano convinto: “Cartesio è stato il primo a differenziare corpo e mente”. I corpi si sfaldano e la mente esplode. Le premesse teoriche del new horror non vengono meno e si mimetizzano in soggetti apparentemente più standard e impersonali. Il presupposto critico di fondo però non cambia e probabilmente non cambierà mai.

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