Recensioni

L’unico modo per rendere giustizia a questo mastodonte è considerarlo sin da subito un “a sé” nella carriera di David Byrne. Non pensarlo, né tanto meno valutarlo, come se fosse il seguito di Grown Backwards. E, con ciò, di riconoscerlo come pegno di coraggio da parte di uno che non s’è mai fatto mancare nulla quanto a genio e sperimentazione, grandi canzoni e futuro preconizzato. Giano bifronte, Here Lies Love, è disco schizofrenico che affida al doppio cd un concept sulla vita di Imelda Marcos, in cui abbondano ospiti davanti al microfono, dunque si trova una strada segnata sin dall’inizio. Che non è male nella title-track a mo’ d’introduzione, gustosa di screziature disco, melodia sorridente e orchestrazione folta però agile. Canta Florence “Machine” Welch e rende un buon servizio, come Candie Payne e St. Vincent sul latineggiare marpione Every Drop Of Rain. Potrebbe bastare e buttiamo sul piatto pure l’ironia elettro-rock funk di Eleven Days (ospite Cyndi Lauper), giacché il resto sa di epica sfocata, banalità folk e un rock-pop che – come le citazioni etniche e cameristiche – scorre anonimo e pallido.
Tutt’altra musica sul secondo dischetto, dove il ruolo di Fatboy Slim ha maggior peso ed è cosa buona e giusta: esclusi un paio di numeri soporiferi, si tocca l’apice con American Troglodyte (Byrne si ricorda di mutare la disco e mostrare la via alle sciacquette odierne) e la sensualità nu-errebì traboccante da Please Don’t con Santigold. Sul rimanente funzionano il battito squadrato ma caldo e l’ugola di Sharon Jones su Dancing Together, la hi-energy anni ’70 Men Will Do Anything, la contorsione alla Prince – Kate Pierson dei B-52’s risvegliata dal letargo – immaginata con The Whole Man. Stimolante e controverso ma, per quanto ce lo potevamo aspettare, tutto si conferma una sorpresa. Non sempre di quelle positive, però.
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