Recensioni

7.8

È un David Bowie quanto più lontano possibile dall’artista musicale a cui siamo abituati a pensare, quello presentato all’interno della nuova pubblicazione sottotitolata Il Divino Alchimista. Eppure la tesi sviluppata e presentata da Dalila Ascoli per Arcana ci avvicina il più possibile alle intenzioni più intime e sottese dell’artista David Robert Jones. Una discografia che, per usare un termine molto alla moda di questi tempi, racchiude un “multiverso” di personaggi, vite, luoghi, concetti, maschere e illusioni.

Questa biografia affronta gli aspetti mistici che si celano dietro a buona parte degli album del Duca Bianco. Non una novità e nemmeno un azzardo, per chi conosce bene la produzione di Bowie, ma forse, per la prima volta, la lente d’osservazione scandaglia un terreno più ampio, getta luce su alcuni reconditi angoli del suo cammino.

Il saggio storico La leggenda dell’Artista (di Kris e Kurz, 1989) è l’interessante iniziale chiave di lettura che aiuta a ripercorrere agilmente e in modo avvincente la leggendaria ascesa artistica di colui che sarebbe fin troppo banale definire ‘cantante’. La deflagrazione della popolarità di Bowie susseguita al decesso supera e va al di là dei consueti e macabri meccanismi della moda di affezione per l’eroe estinto. Dopo l’8 gennaio 2016 il nostro occhio su questo talentuoso artista – prima considerato troppo spesso bizzarro, imperscrutabile e imprevedibile – si è ribaltato e abbiamo potuto assumere un nuovo punto di vista.

Scorrendo l’indice del volume salta all’occhio una non linearità temporale. Al quarto capitolo la materia di indagine è già Heathen (2002) – uno degli ultimi album – ma in realtà è solo una tappa intermedia di un lungo percorso spirituale iniziato molto tempo addietro, forse per qualche ragione familiare (una madre anaffettiva o un fratellastro schizofrenico morto suicida), oppure derivante da strani episodi del proprio trascorso. Il buddismo e una personalissima visione del Cristianesimo, il fascino per l’occultismo e la passione per particolari letture e correnti filosofiche sono solo alcuni possibili indizi di un complesso disegno che è emerso principalmente in due capolavori solo apparentemente molto lontani tra loro: Station to Station (1976) e Blackstar (2016).

Ascoli va alla ricerca di indizi e dettagli nelle tematiche che affiorano dentro le canzoni, negli artwork dei dischi, nella realizzazione dei videoclip, nelle dichiarazioni di alcune interviste. La figura e le imprese di Ziggy vengono rilette come la passione di un Cristo glam, viene fatto notare che i vangeli gnostici sono stati forse una delle sue principali fonti di ispirazione, così come è molto probabile che alcune gestualità, posture e maschere siano state dettate dall’iconografia dei tarocchi e abbiano rivelato una profonda passione per la Cabala. Un gioco di rimandi e fascinazioni che unisce anche le primissime canzoni degli anni ’60 alla creazione del Thin White Duke (evidenziata in modo opportuno qui la sua derivazione dal personaggio di Thomas Jerome Newton di The Man Who Fell to Earth). Ben due capitoli sono dedicati a 1.Outside (1995) e ai suoi personaggi, uno degli episodi più densi, oscuri e affascinati della magnus opera di Bowie.

La trattazione dell’autore è rigorosa e appassionata, viene analizzata la produzione così come i metodi che hanno portato Bowie ad ottenerla (i cut-ups di Williams Burroughs ad esempio), vengono citati solo gli aspetti umani e gli elementi biografici direttamente utili (le celebri consorti Angela Barnett e Iman Abdulmajid non vengono nemmeno nominate, così come i figli Duncan e Alexandria). Fondamentale in questo senso invece la malattia per arrivare a parlare e parzialmente comprendere il masterpiece finale Blackstar, contemporaneamente al musical teatrale Lazarus, due facce complementari di un ego smisuratamente curioso e infinitamente complesso.

La sensazione, per chi legge, è che rimangano ancora non pochi vuoti da riempire. Interstizi che forse andrebbero colmati analizzando soprattutto le sessioni con illustri e misconosciuti fotografi, ulteriori incisioni in studio, le collaborazioni non solo musicali (grafici, fotografi, pittori e altri artisti dell’immagine), le esibizioni dal vivo, persino gli scatti per le riviste di moda o altro materiale promozionale. O ancora le interpretazioni cinematografiche e televisive. La complessità e la varietà di un processo alchemico sotterraneo, segreto, in continuo divenire… solo parzialmente manifesto, forse per creare maggiore fascinazione nel pubblico, oppure per lanciare precisi messaggi a potenziali adepti alla ricerca di una verità superiore, ma raggiungibile soltanto attraverso una personalissima discesa nel proprio animo. L’obiettivo è quello che Bowie canta alla fine della sua esistenza? La dissoluzione del proprio corpo terreno e la fusione dello stesso con i propri immaginari e immaginifici alter-ego? L’elevazione a corpo celeste, polvere di stelle che finalmente lo ricopre e lo proietta al di là dei confini del tempo e dello spazio.

Something happened on the day he died
Spirit rose a metre and stepped aside
Somebody else took his place, and bravely cried
I’m a blackstar

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