Recensioni
David Bowie
I Can’t Give Everything Away (2002-2016)
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Matteo Tonolli
- 14 Ottobre 2025

Nell’ultima canzone del suo ultimo album, David Bowie canta di non poter rivelare tutto. I Can’t Give Everything Away è stato il suo primo singolo postumo, una sorta di ballata dolceamara in cui una musica sognante nasconde criptici significati, con un testo che allude alla morte e alla propria eredità artistica. Ironico, ma forse azzeccato, quindi, che diventi anche il titolo del sesto e ultimo cofanetto antologico edito da Parlophone.
Il canone bowiano viene portato alla sua completezza, il cerchio si chiude — come al solito — con alcune novità e anche qualche mancanza. Tra tutti i box che si sono iniziati a pubblicare ancora prima della sua scomparsa, questo è quello che abbraccia l’intervallo di tempo più ampio: ben quindici anni. Bisogna tuttavia considerare che, in mezzo ai quattro album registrati in studio, c’è circa un decennio di silenzio discografico e mediatico. Se prima era la prodigiosa bulimia produttiva a caratterizzare la carriera del Duca (almeno nove capolavori assoluti nei Settanta — pensate a come, solo nel 1977, riuscì a sfornare per sé due dischi seminali e altrettanti insieme a Iggy Pop), nella sua ultima fase è invece la dilatazione temporale a contraddistinguerne gli album.
Dopo il picco artistico toccato con Outside e Earthling e una leggera flessione in Hours (dal precedente box già esaminato su queste pagine), Bowie sembra trovare maggiore ispirazione nel successivo Heathen, album in cui alterna pezzi particolarmente sobri e asciutti (Sunday, A Better Future, Heathen) ad altri meno azzeccati ma comunque piuttosto buoni, dove tuttavia gli anelli deboli della tracklist sono, in fin dei conti, le cover (Cactus, I’ve Been Waiting For You, I Took a Trip on Gemini Spacecraft). Tutto godibile e ottimamente prodotto da Tony Visconti, ma con una tracklist non perfettamente equilibrata. Un po’ lo stesso difetto del successivo Reality, disco con brani complessivamente più che dignitosi ma privi dell’ispirazione tipica del miglior Bowie (nemmeno l’ottima Bring Me The Disco King riesce ad alzare più di tanto il livello), realizzato in funzione soprattutto del suo tour più lungo e articolato di sempre.
Riguardo ai due dischi live, sia la registrazione della data al Montreux Jazz Festival del 2002 (ultima tappa europea dell’Heathen Tour) che quella derivata dalle due serate a Dublino per A Reality Tour si caratterizzano per l’enorme caratura del cantante, un peso massimo in stato di grazia che si misura con il suo invidiabile repertorio, sostenuto da una band in forma smagliante (Earl Slick e Mike Garson su tutti). Bowie si esibì a Montreux soltanto tre giorni dopo il concerto italiano a Lucca, con una scaletta piuttosto simile, ad eccezione del fatto che alla 36ª ricorrenza del festival svizzero eseguì quasi per intero anche i brani tratti da Low. Se questo doppio disco, in precedenza, era disponibile solo nel circuito dei bootleg, l’altro era arrivato sul mercato già nel 2010, ma è qui rilasciato con la scaletta nel corretto ordine di esecuzione. Entrambi superano le trenta tracce.
La seconda parte dell’antologia è quella che segna l’inaspettato e brillante ritorno sulle scene. The Next Day è un album vario nelle sonorità, verboso nei testi particolarmente ricercati, raffinato, vitale e creativo. Sembra, a tratti, un best of dei suoi momenti discografici migliori, ma allo stesso tempo uno slancio verso orizzonti nuovi, eccitanti e oscuri. C’è così tanto materiale da giustificare un ulteriore EP, Extra, con brani che non sfigurano affatto rispetto al progetto principale (Atomica, God Bless The Girl e Born In A UFO, tanto per citarne alcuni).
E poi il suggello perfetto alla carriera: Blackstar come dimostrazione che la vecchiaia di una rockstar può nascondere un jolly impensabile. Solo sette brani in un equilibrio invidiabile tra rock e jazz, facendo piazza pulita dei propri musicisti e raggiungendo la statura di dischi quali Station To Station. Una dimensione abbacinante tra l’esoterico, il soprannaturale e il mortifero, ampliata con leggerezza e malinconia nell’EP successivo No Plan, trait d’union che lega ulteriormente il suo ultimo long playing al progetto teatrale Lazarus.
Parlophone inserisce in ogni episodio antologico una sezione denominata Re:Call, che ha il pregio di riservare all’acquirente una miscellanea di b-side, remix più o meno inediti, soundtrack, collaborazioni e brani rari. Per questo volume n. 6 si tratta di tre CD (o quattro LP) con ben 41 incisioni, ma come nei suoi predecessori, anche qui vengono esclusi alcuni episodi che avrebbero fatto la felicità dei completisti. La sensazione è che probabilmente si voglia dare spazio a qualche ulteriore futura release, o a un verosimile coup de théâtre da parte degli archivi.
Un discorso a parte va fatto per il bel libretto incluso nel cofanetto. In esso si mostra, in forma estesa, l’estrema attenzione che Bowie riservò alle copertine e ai booklet, in particolare, e al packaging in generale, dei propri lavori. La copertina del box è la manifestazione del prosieguo collaborativo con Sukita, ma vale la pena citare almeno le interazioni fotografiche con artisti come Markus Klinko, Myriam Santos, Jimmy King e Frank Ockenfels III (abbiamo recensito qui la sua imminente uscita proprio a tema Bowie). Al lotto sono inclusi anche bozzetti e carte autografe di Bowie, e le superbe grafiche di Jonathan Barnbrook (qui la nostra intervista), che ha curato interamente gli ultimi quattro album in studio.
I Can’t Give Everything Away è stato rilasciato il 12 settembre 2025 da Parlophone, nei formati CD (13 dischi) e vinile (18 dischi).
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