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Il problema dei 3 corpi era stata presentata da Netflix come uno dei più grandi eventi dell’anno, capace di sfidare la portata epica e sensazionale di fenomeni come Game of Thrones di HBO e di Stranger Things, dello stesso colosso dello streaming, e non a caso. Sì, perché dietro l’adattamento dell’acclamata trilogia di Liu Cixin ci sono David Benioff e D. B. Weiss, ovvero i due autori responsabili dell’adattamento delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin proprio per HBO. Naturale che Netflix abbia investito parecchio su quella che si presentava da subito come una saga ricca di ambizione e capace di sfidare le attuali convenzioni della serialità televisiva.

Le premesse del materiale narrativo, poi, giustificavano l’altissimo livello di attesa: la disastrosa decisione presa da una donna nella Cina della Rivoluzione Culturale degli anni Sessanta che scatena conseguenze incalcolabili attraverso il tempo e lo spazio fino ad arrivare a interessare un gruppo di brillanti scienziati ai giorni nostri. Mentre le leggi della natura vengono sconvolte davanti ai loro occhi, cinque ex colleghi si riuniscono per affrontare la più grande minaccia nella storia dell’umanità.

Gli ingredienti per la ricetta perfetta c’erano tutti: fantascienza umanista, incontri ravvicinati, esistenzialismo, critica sociale, cospirazioni religiose e addirittura un potente congegno di realtà virtuale. Il materiale di partenza era stato definito infilmabile e tra i più ostici che la letteratura abbia presentato negli ultimi anni. Per piegare la sua formula a dir poco unica, Benioff e Weiss, con l’aiuto dello showrunner Alexander Woo, già fattosi notare con show come True Blood e The Terror: Infamy, dimostrano sì di essere in grado di adattare la vastissima narrazione di Liu, ma per farlo – e per raggiungere il più vasto pubblico possibile – scelgono di semplificare il più possibile tutte le maggiori complessità di un’opera, svuotandola di potenziale e delle sue migliori peculiarità.

Il problema dei 3 corpi – Still dalla serie

Innanzitutto, si sceglie di rendere la narrazione più lineare. Nei tre romanzi (di cui Il problema dei tre corpi costituisce solo il primo capitolo, con a seguire La materia del cosmo e Nella quarta dimensione), non c’è alcuna linearità o successione ordinata ma si procede avanti e indietro per dotare l’opera di un respiro epico che nello show Netflix è costantemente cercato ma mai raggiunto. In secondo luogo, e questo è forse l’errore peggiore dell’adattamento, si sceglie di frammentare il punto di vista del protagonista del romanzo (Wang Miao), che vive nel presente, in quello di molteplici figure (i cinque fisici di Oxford). Sulla carta una mossa interessante e anche strategica (viste le varie etnie di ciascun personaggio), ma alla prova dei fatti vera e propria zavorra narrativa, soprattutto in virtù dell’assenza di qualsivoglia tridimensionalità e approfondimento psicologico. I personaggi appaiono infatti appena abbozzati e le loro relazioni banali e prevedibili (l’amore segreto di Will per Jin, il cinismo di Saul verso il mondo e le relazioni sentimentali, i sensi di colpa di Auggie), e risulta davvero ostico affezionarsi a qualcuno di loro. L’unico che sembra sfuggire a questa equazione è il detective Da Shi di Benedict Wong, che appare sconcertato e bramoso di avere risposte proprio come lo spettatore che lo segue nella sua indagine.

Inoltre, la scelta strategico-narrativa di spostare l’ambientazione dalla Cina a Londra per infondere un respiro maggiormente internazionale all’intera vicenda – che non riguarda un’unica nazione ma il mondo intero – è ancora una volta una mancata occasione per approfondire gli aspetti culturali e sociali di un paese, come quello cinese, con una storia complessa e travagliata (le critiche di “americanizzazione” arrivate da oriente, seppur non perfettamente a fuoco, sono perlomeno condivisibili). L’intero arco narrativo proposto da Benioff, Weiss e Woo inizia con la scioccante esecuzione in pubblica piazza nella Cina degli anni ’60 e seguirà il personaggio di Ye Wenjie (una convincente Rosalind Chao), che mette in moto l’intero meccanismo narrativo, fino alla sua uscita di scena, ma il suo arco sembra oltremodo sacrificato da un baricentro mai veramente a fuoco e diluito eccessivamente dalla presenza di molti, troppi personaggi.

Pur essendo dotato di un comparto di effetti visivi all’altezza, che raggiungono il loro apice nelle sequenze ambientate all’intero della realtà simulata dal congegno futuristico che arriva nelle mani di alcuni protagonisti, Il problema dei 3 corpi non sembra raggiungere mai quell’effetto meraviglia, quella magia visiva costantemente inseguita a ogni episodio ma mai veramente afferrata. Ne è un esempio la carneficina sul canale di Panama, in cui gli autori di Game of Thrones vorrebbero tornare a quell’agonizzante tensione che rese celebre la serie HBO, ma il cui risultato si traduce solo in un breve effetto splatter.

Insomma, Il problema dei 3 corpi non è quella serie evento che Netflix sperava di ritrovarsi tra le mani. Invece, è ancora una volta un prodotto di facile consumo in cui la sua mano produttiva è decisamente riconoscibile, dove l’originalità dell’opera letteraria di Cixin viene qui ridotta a una sorta di Black Mirror di seconda mano (o per i più cinici, al Black Mirror di Netflix, che tra l’altro tornerà con una nuova stagione a breve). Resta da vedere se il tiro verrà corretto con le prossime stagioni (in attesa di conferma), ma la sensazione è di sconforto e la brama di risposte sul futuro non così elevata come ci si sarebbe dovuti aspettare.

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