Recensioni

Il termine pharmakon nel greco antico sollevava un paradosso: indicava una cura, un rimedio, ma anche un veleno. Il suo utilizzo esteso e (quindi) metaforico allude alla contraddizione che cova nel cuore delle cose, tossiche o benigne secondo la modalità con cui viene stabilita la relazione. Prendete la belladonna, ad esempio: una pianta perenne assai diffusa e dall’aspetto pure grazioso, con quei fiorellini penduli violacei e tenerelli, ma le cui bacche contengono un veleno potenzialmente letale. A ciò si aggiunga che è ampiamente utilizzata per estrarre atropina, con il che si ritorna al concetto di farmaco suddetto. Non stupisce che alla belladonna si siano ispirati nei secoli poeti, romanzieri, drammaturghi, pittori, cineasti e, ovviamente, musicisti.
Più di venti anni fa Daniel Lanois intitolò proprio Belladonna il suo quarto album da solista, nel quale azzeccava un avvincente equilibrio tra spazialità desertiche, astrazioni jazzy e rarefazioni ambient. Il tutto mettendo a sistema quel concetto di studio-as-instrument che conferiva al suono una pasta densamente artificiosa perché frutto di un processo che accade in una dimensione speciale e anomala, in una configurazione tecnologica nella quale la rappresentazione oblitera la naturalezza. Ma del resto lo studio è uno strumento almeno dai fatidici primi quattro secondi di Revolver, no?
Oggi quei fili così suggestivi vengono riannodati per realizzare una specie di sequel ma opportunamente virato al crepuscolo. Anzi, oltre. Lanois ha raccolto un gruppo ristretto di fedeli collaboratori/sodali – il batterista Brian Blade, il bassista Daryl Johnson e il produttore Wayne Lorenz, nonché una sorprendente Emmylou Harris – nei suoi studi di Los Angeles e ha avvolto l’ispirazione in una coltre di oscurità, virando al cupo ciò che nel 2005 spennellava ipnotico e a tratti abbacinante. Potrebbero costituire, queste quattordici tracce, la soundtrack di un film di Wenders immerso nella notte urbana di Scorsese. Ma forse è solo e semplicemente questione di musica.
Il perimetro tracciato da questo disco non è propriamente “cinematico”, perché mantiene una coloritura arcana, oscilla sul confine tra immaginario e ineffabile, quasi si trattenesse sull’orlo della rappresentazione accumulando potenziale figurativo e vibrando così di una strana, obliqua tensione. Detta altrimenti, utilizza grammatiche blues, jazz, ambient, musica colta e avanguardia destrutturandole al bisogno come se intendesse fermarsi sempre un attimo prima di afferrare l’espressione piena, riuscendo proprio in virtù di questa incompiutezza a cogliere il vero obiettivo: una snervante, languida esitazione di fronte al mistero del percepibile e quindi del rappresentabile.
Questo è a mio avviso l’aspetto più intrigante di un album da cui non è il caso di aspettarsi grandi sorprese sul fronte dell’invenzione sonora (casomai ne foste in cerca): Lanois è sempre più un abitatore di luoghi sonori o, meglio, sonicamente connotati, un vagabondo tra le stazioni dell’immaginario USA con vista sui labirinti torbidi del mondo. La sua calligrafia oscilla sul confine tra museale e spettrale, indifferente al richiamo del contemporaneo, più solipsistica che snob eppure in grado di non sembrare autoriferita ma frutto di un procedere onesto e appassionato su un sentiero che chissà dove andrà a finire.
Intanto, godiamoci questi piccoli sortilegi, da Cap Nègre col suo caracollare da blues storto e scarnificato fino a Early Days dalle rarefazioni accorte e assorte che rimandano a certi episodi di Acadie (l’album d’esordio del 1989), passando dall’ambient impressionista di Snow Lake (un po’ Eno, un po’ Harold Budd, un po’ di cenere di luna Debussy) e dalla pedal steel astratta di Warp Sustain, dal Ry Cooder gelatinoso di Steel Mill a quella Marionette come potrebbero dei Tortoise intimi e frugali.
Per non tacere di Inside The Walls of Puebla, più o meno come dei Calexico sprofondati in un’apnea lisergica Massive Attack, di The Black Sea col suo farneticare etereo da Fripp minimalista e di quella Advent che sfodera fraseggi di chitarra fusion e l’intrusione di una Emmylou Harris sorprendentemente “etnica”.
Nel complesso, si tratta di un buon disco, col quale il musicista e produttore canadese conferma di saper maneggiare il proprio codice tanto bene da permettersi di giocare la carta della nostalgia senza smarrire la tensione espressiva e il desiderio di esplorare. Se (anche) la musica è un pharmakon, Lanois ne conosce bene le dosi e i modi.
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