Recensioni

8.5

Tra i primi quattro secondi di Revolver e gli ultimi dieci di Let It Be si consumò una parabola formidabile le cui conseguenze hanno riverberato a lungo nella pop-culture. La complessità di intrecci, sovrapposizioni e ricadute viene indagata, sezionata, sviscerata in questo volume (uscito a novembre 2016) del musicologo Gianfranco Salvatore che non si limita a focalizzare sui Beatles – il che comunque e ovviamente non rappresenterebbe un limite – ma sposta l’obiettivo nel tempo e nello spazio risalendo alle radici del blues, solcando l’Atlantico che divideva e univa mondi così lontani così vicini, immergendosi quindi nell’alterità profonda dell’India (la “terza sponda”) come sfondo filosofico ed estetico che magnetizzò i secondi Sixties. Un’esplorazione lucida e vorticosa, attenta a non perdere mai il polso dei mutamenti che le forme musicali del pop (e dell’arte) consumarono in itinere, un’evoluzione “a mosaico” prima che lineare, tendente comunque a mettere in discussione la forma canzone tradizionale come conseguenza del bisogno di espandere coscienza e conoscenza.

La quantità di eventi, testimonianze e risvolti che Salvatore mette in correlazione è impressionante, tanto da determinare un quadro febbricitante e proteiforme (si parla anche di droghe, cinema, stampa, arti figurative, letterature…), che però non perde mai l’aggancio col senso di fondo, quello di un’angolazione evolutiva del mainstream capace di costituire un momento di apertura culturale popular inedita e ahimé quasi perduta, laddove infatti oggi (e da molti anni) il mainstream è sempre più un prodotto algoritmico, controllato in ogni suo aspetto, determinato da una ricerca schiacciata sulla massimizzazione del successo e (quindi) degli esiti commerciali.

Detto questo, l’appassionato di musica e il betlesiano in particolare troverà di che divertirsi in pagine fitte di analisi e interpretazioni che potrebbero mettere in discussione (positivamente) molte convinzioni consolidate, a partire da quei fatidici quattro secondi che introducono Taxman (anzi: Revolver) e che non sono “solo” la prima testimonianza dello studio di registrazione in un disco (quindi la legittimazione dello studio come “strumento”, e della musica in studio come dimensione autonoma), ma l’emblema fattivo di un bisogno di frattura, di ricerca e disancoramento, di cambio di paradigma culturale, generazionale e – perciò – epocale. Affiora in quei quattro secondi la tessitura di una mappa espressiva, di uno stradario intenzionato a delineare direzioni ulteriori, una mini architettura in forma di diorama sonoro i cui contorni simboleggiano l’ineludibile bisogno di progresso, in quel momento più volontà che forma ma – appunto – volontà in cerca di forma, tensione densa e incontenibile, intelligenza resa ancella di una visione trascinante e in accelerazione. Si tratta forse, e se vogliamo, di un sovraccarico interpretativo, di un crocevia individuato soprattutto per piantare un paletto convenzionale sul terreno vasto e composito della Storia, ma Salvatore riesce a rendere coerente e coesa l’ipotesi grazie a una reticolare messe di argomenti, a partire dalle eredità (strutturali e timbriche) del blues delle origini nella rielaborazione dei giovani inglesi dei Sixties dopo la semplificazione urbana avvenuta a Chicago prima e dell’ondata rock’n’roll statunitense poi.

Particolarmente goduriosa è l’analisi ai limiti del calligrafico di band e canzoni che punteggiano i 60s tratteggiando un “contagio” progressivo di bordoni e modi armonici riarticolati da blues e raga: sfilano così nomi quali Yardbirds, Paul Butterfield Blues Band, Animals, Pink Floyd, Small Faces, Kinks, Rolling Stones, Nice, Beach Boys, Byrds e via discorrendo, un brulicare di genialità esplorativa che invita alla riscoperta del repertorio che animò quel frangente favoloso, un ri-ascolto reso più ricco e nutritivo grazie agli scenari in cui Salvatore è abile a incastonarlo. Ne esce quindi una storia culturale, espansa e alternativa del ventesimo secolo, col pop a fare da chiave armonica e le avanguardie (non solo musicali) a costituirne le variazioni (modali?), fino a diventare un unico solco di ricerca in cui le convenzioni collassano e l’inaudito diventa orizzonte. Quanto al presente, pur tenendo accesa la fiammella della curiosità indagatrice (Salvatore spende buone parole per gli U2 di – sorprendente ma non troppo – Zooropa, per Björk, per James Blake…), prevale ancora e sempre più il rimpianto per quello che il pop non ha saputo (continuare a) essere.

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