Recensioni

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Un ruolo importante e allo stesso tempo poco apprezzato, quello del produttore. Eppure riesce faticoso immaginare la storia della musica rock senza l’apporto dei George Martin, dei Phil Spector, degli Steve Albini; si è certi che senza costoro – e decine d’altri – le cose sarebbero andate diversamente. Il problema è che a costoro tocca operare nell’ombra, suscitando l’interesse specifico degli studiosi e dei maniaci che si leggono anche le più minuscole note di copertina. Mal che vada, puoi sempre dire la tua e pubblicare qualche disco, ma non illuderti che l’alone d’indifferenza venga dissolto.

Così è per il canadese Daniel Lanois, che ha messo le dorate mani in alcuni dei dischi più belli degli anni Ottanta e Novanta con Neville Brothers, Bob Dylan, Peter Gabriel, U2; hai detto niente, ma già prima il ragazzo aveva una lista lunga assai di collaborazioni con Brian Eno e Martha And The Muffins. Uno che possiede un tocco gassoso e riconoscibilissimo, Daniel, anche quando si misura con una tradizione musicale d’oltreoceano della quale attenua il senso d’appartenenza alla terra, per sottolinearne viceversa il lato sognante. Piccoli film acustici, i suoi, anche in questo sesto album, lungo il quale lambisce e osserva dall’esterno i territori battuti assieme ai nomi di cui sopra, fino a confondere le carte su quanto di suo vi fosse colà (parecchio, diremmo…).

Se si eccettuano un pugno d’intermezzi parlati con Eno, gli “ambienti” allestiti raccontano un’intimità classica che si modernizza sia quando è ruvidezza blues (Bells Of Oaxaca odora di Tom Waits e Ry Cooder) che quando s’immerge nella pastoralità country (pressoché ovunque nella corposa scaletta). Si fantastica su una Band ai cancelli del paradiso – Garth Hudson figura tra gli ospiti – e si torna all’estrazione classica (il gioiello Lovechild transita da pianismo romantico a un toccante dialogo di slide e voce), mantenendo costante l’approccio visivo alla stesura e all’esecuzione dei brani.

Un’America della mente, quella di Lanois, esaminata e raccontata in 16:9 senza indugiare in evanescenti anemie, mantenendo altresì il senso della tradizione che si adatta ai tempi e dunque non muore. A dispetto di qualche piccolo indugio, la pellicola di Here Is What Is scorre affascinante e autoriale, e perciò ti scopri a frequentarla sovente.

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