Recensioni

Sono un trio di musicisti “del sud” dalle esperienze eterogenee ma in qualche modo convergenti. Vediamoli: il più noto da queste parti è Humpty Dumpty, al secolo Alessandro Calzavara, messinese, una ventina di album nel curriculum intrisi di ascendenze new wave e neo-psych come se piovesse; c’è poi Giovanni Mastrangelo, per l’occasione Monster Joe, foggiano, da anni impegnato come bassista in varie situazioni (cantautorato, jazz, folk celtico…); infine ecco Gianluca Ficca, detto Fixx, attivo in ambito wave partenopeo dagli anni Ottanta nonché professore di psicologia, qui autore di tutti i testi. Si sono scelti un nome, come dire, emblematico: Dana Plato, ovvero l’attrice dal viso acqua e sapone che interpretava Kimberly Drummond nella celebre sitcom Il mio amico Arnold, deceduta nel 1999 dopo una travagliata parabola a base di alcolismo e tossicodipendenza. Come a suggerire il lato oscuro dietro a ogni sintesi confortevole, il germe della complessità in agguato nel cuore dello stereotipo, assieme al meccanismo che lavora per isolarlo nel perimetro rassicurante della patologia.
Tutto ciò è premessa necessaria per descrivere il loro album d’esordio Wrong Quotes, tredici canzoni che vibrano come un nervo scoperto, guizzanti e morbose, cupe e beffarde, percorse da un’inquietudine priva di retorica e vogliose di affondare il dito in qualche piaga (tra le molte disponibili). La scaletta è inaugurata da Thrill, un tango sbucciato art-wave dall’intensità bowieana che dipinge la figura di una trans di quartiere, e si conclude con la title track, da qualche parte tra la fibra cupa e indolenzita dei Cure e l’estro beffardo di Robyn Hitchcock (“All my gestures fail in demanding love/I must trust lyrics that I’m not sure of/Here they’re open wide, the perdition’s doors”).
Nel mezzo, la tavolozza si dipana irrequieta e cangiante, dalla dark-wave lacerata psych – tipo, boh, Julian Cope in fregola Wire – di Butterfly Chips alle suggestioni instabili e vorticanti – come dei Japan coi synth in avaria – di Parachutes (sorprendente l’assolo di contrabbasso ad archetto), concedendosi lungo il cammino escursioni electro-dance come la dentellata Shout To The Wolf – un po’ primi Human League ma col ghigno wave alla Neon – e la strumentale Majesty impollinata da spasmi taglienti e scorie crepuscolari Madchester.
Come detto non stiamo parlando di giovani promesse, tutt’altro, eppure non c’è ombra di compiacimento, la calligrafia del trio scorre con naturalezza abrasiva, capace di impreziosire la proposta con riferimenti che la rendono più stratificata ma senza appesantirla, vedi la dedica a Joelle Van Dyne – indimenticabile personaggio di Infinite Jest – di The Prettiest Girl Of All Time (che suona come una versione malata degli Psychedelic Furs) o quella The Vibrator’s Play ispirata alla “scandalosa” commedia teatrale In The Next Room di Sarah Ruhl (ancora echi Bowie in bilico tra la teatralità berlinese e la fregola techno dei 90s).
Buona la scelta di modulare il registro tra un pezzo e l’altro, a partire dalla ritmica che alterna drum machine al lavoro sulle pelli di Pasquale Del Grosso, mentre al canto si passano le consegne Humpty Dumpty e Fixx, ai quali si aggiungono le ospitate di Mary Grace (vocalist degli Eau De Jazz) nella guizzante-ma-non-troppo Nothing Left But Speak e di Gregorsamsaéstmort (dei The Black Veils) nell’enfasi agrodolce di Strained (immaginate gli Smiths in fregola Sound).
Wrong Quotes è disco godibile e corposo, di cui in definitiva colpisce la dialettica tra forma e contenuto, come un costante prevalere dell’una sull’altro che fa ribollire l’impasto, incrina l’equilibrio e rende l’ascolto vivo proprio perché giustamente impuro, opportunamente instabile, stranamente infetto.
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