Recensioni

Non può essere un caso che Funny Little Fears, esordio solista di Damiano David, sia uscito proprio durante la settimana dell’Eurovision. In fondo, è da quella bizzarra kermesse continentale che è esploso il fenomeno Måneskin: vincitori nel 2021 a Rotterdam, protagonisti di una fulminea ascesa planetaria, inaugurata dall’addio a Marta Donà e costellata di sold out, record di streaming, copertine e stucchevoli elogi a un rock che, secondo alcuni, sarebbe finalmente tornato in classifica. Ma solo nel metaverso.
Un successo nato da più fattori, tra cui – inutile negarlo – l’impatto estetico. Fin dai tempi di X Factor, il frontman, allora ancora minorenne, ha fatto del proprio corpo e della propria personalità un’arma potente (chi ricorda la performance di Kiss This sul palo?). Al punto da essere uno dei pochi casi mainstream di “uomo oggettificato”.
Ma si sa: la convivenza in una band che raggiunge certe vette è fatta di equilibri fragili. E dopo numeri da capogiro – 328 certificazioni mondiali, 259 dischi di platino e 18 di diamante – anche per i romani è arrivato il momento di prendersi una pausa, esplorare nuovi orizzonti, far spazio al silenzio e ai progetti paralleli. È in questo contesto che nasce Funny Little Fears, concepito non come un side project, ma come trampolino per un futuro stabile in solitaria.
Il disco, però, segna solo in apparenza una svolta sonora: cambia il vestito, non l’intento. Se i Måneskin inseguivano il pop camuffandolo da rock da passerella, Damiano ora va dritto al punto, confezionando quattordici tracce lucidissime, tra minimalismo, intimismo e un’ossessiva ricerca della hit, che però non arriva mai davvero.
L’obiettivo di consolidarsi nell’industria globale – americana in primis – è evidente anche dal team coinvolto. In cabina di regia nomi come Jason Evigan, Cleo Tighe e Sammy White, habitué di star come Madonna, Dua Lipa e Charlie XCX: professionisti che hanno vestito i brani di un pop elegante, impeccabile, quasi a costruire un’alternativa ad Harry Styles. Un’operazione meno caleidoscopica, ma più romantica e tormentata, à l’italienne.
La tracklist alterna ballad classiche (la funzionale Next Summer, Sick of Myself, la nostalgica The Bruise con Suki Waterhouse), sfumature pop rock (Zombie Lady, Born With a Broken Heart che guarda ai Killers), episodi epici con inserti elettronici (Silverlines, il brano più disneyiano – e riuscito?), uptempo liofilizzati (Tango) e intuizioni più leggere (Voices, che strizza l’occhio ai Black Keys). Brani mai brutti, spesso gradevoli, ma anche facilmente intercambiabili con la produzione standard di molti coetanei.
Funny Little Fears è un disco-vetrina, una sfilata prêt-à-porter per un cantante che, sul piano vocale, è anche cresciuto rispetto ai trascorsi “rock”. Ma dov’è l’interprete? Dov’è quella sfumatura personale capace di dare anima e emozioni a canzoni nate nella grande catena di montaggio del pop?
Non che i colleghi e le colleghe – vedi le Blackpink in versione solista – brillino in questo senso. Ironico, però, che sia stata Rosè, con APT (complice Bruno Mars), ad azzeccare la hit sbanca-classifiche con un pop rock che Damiano sembra voler evitare, preferendogli una più forzata autorialità e grandeur.
In Funny Little Fears ogni emozione è trattata con i guanti bianchi, sterilizzata, universalizzata fino a perdere qualunque traccia di identità. Il risultato è un lavoro consapevole, levigato, controllato – ma più simile a un test di mercato che a un album di qualcuno che ha davvero qualcosa da dire.
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