Album
Rush!
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Edoardo Bridda
- 16 Dicembre 2022
Pubblicato il 20 gennaio 2023, Rush! è l’album dei Måneskin che segue Teatro D’Ira Vol.1, il disco di Zitti e buoni dalle sonorità hard glam 90s/70s, scritto in presa diretta e composto interamente dalla band.
Niente volume due dunque, anche perché il quartetto romano ha, nel frattempo, conquistato gli States con una cover registrata anni prima (Beggin’ era in Chosen, l’EP del 2017 pubblicato all’indomani della partecipazione all’undicesima edizione di X Factor), cambiato manager e virato su sonorità pop appetibili per l’audience americana, come testimoniato dai singoli Supermodel, dalla ballad bonjoviana The Loneliest e dal punk Yungblud compatibile di MAMMAMIA, e si è affidato contestualmente a produttori e co-writer di primo piano dell’industria discografica: SLY (Chainsmokers), Rami (Britney Spears), Max Martin e Fabrizio Ferraguzzo (il nuovo manager di cui sopra) – e quest’ultimi due a produrre il grosso del disco.
Tutte queste canzoni, assieme a Gossip, pubblicata il 13 gennaio 2023 e con il secondo feat. rock di peso (dopo quello di Iggy Pop), ovvero Tom Morello, chitarrista dei Rage Against The Machine, sono contenute in un disco che conta su ben 17 brani, tra cui la La Fine, ennesimo inedito condiviso proprio assieme alla tracklist (il 16 dicembre), una sorta di remix degli affilati riff di Zitti e buoni e che, assieme a Il dono della vita e Mark Chapman rappresentano gli unici episodi cantati nella nostra lingua.
Presenti anche Gasoline e Kool Kids, entrambi suonati dal vivo durante la tournée ancora in corso (il Loud Kids Tour), con il primo dedicato alle vittime della guerra russo-ucraina (ne era stato condiviso uno snippet nel video di presentazione per Global Citizen) e il secondo a scimmiottare l’attuale post-punk britannico; i brani maggiormente indie rock di una scaletta virata sul pop, che ragiona in termini di playlist per la gen z e non di album tradizionalmente inteso e le progettualità del caso (Manuel Agnelli ci aveva visto giusto). Siamo seri: vi aspettavate un disco à la Murder Capital?
Riguardo a Gossip, il feat. di Morello (l’unico previsto dalla tracklist) risulta piuttosto risicato, anche perché il riff sul quale si regge il brano è farina del sacco di un ormai riconoscibile Thomas Raggi. Un giro ritmico classicamente rock su cassa in 4/4 e il basso angolato di Victoria De Angelis a sorreggere, collaudati elementi che all’altezza del ritornello acquistano accenti in levare. Morello lo si ascolta nei guizzi di chitarra effettata nel bridge che sviluppa in seguito nel (breve) assolo finale. Una timbrata di cartellino. Come del resto la struttura melodica della canzone guidata da Damiano non pare abbia il tiro né l’aspirazione a diventare una hit globale o una nuova Zitti e buoni.
È un ritorno ai Måneskin (pop) rock, questo sì, quando Timezone e The Loneliest ne rappresentano la controparte in formato ballad. Pezzi all’altezza della loro spropositata fama? Non proprio. Discorso che vale per tutti gli inediti presenti in scaletta, dalla lenta e formulaica If Not For You ai numeri più tirati come Mark Chapman dove Thomas Raggi torna a fare il suo, e bene così (vedi anche assolo “old rock”), e Damiano riprende vena e ritornelli Thirty Seconds to Mars compatibili (non altrettanto ok).
Attorno alla musica, che si fa veicolo, non ariete, e ripropone al suo interno espedienti e ingredienti già sperimentati (tutto fanno i Måneskin tranne che rischiare e osare davvero), c’è il carrozzone mediatico, l’immagine esotica, italiana, sexy e di successo che team e band sono riusciti a costruire e propinare al mondo. Una proposta che la Gen Z, intesa come il “grande pubblico degli adolescenti e ventenni di oggi per i quali la musica vale molto meno di quanto valeva anche solo per la generazione precedente”, apprezza.
Non che “punk” e “rock” – virgolette d’obbligo – siano completamente fuori dai giochi del mainstream di oggi, ma resta vero che i Måneskin erano e restano una novità per loro all’interno di un panorama musicale dominato da Hip Hop, r’n’b e latin con i quattro a incarnare perfettamente quel genere di popstar per adolescenti per i quali s’innescano i fanatismi e i feticismi del caso.
La domanda dell’Atlantic, che li stronca, è mal posta: la formazione romana non è mai stata qui per salvare il r’n’r, anche se la strategia mediatica ha fatto di tutto per suggerirlo e scatenare il dibattito in tal senso, ma per istituzionalizzarsi nell’attuale industria dello spettacolo, un mondo in cui tutti i passati sono continuamente reiterati e convivono in un consumo compulsivo e immediato. E dove a fare la differenza più che mai, come suggerito dalla rivista statunitense, è la macchina promozionale.
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