Recensioni

6.8

È stanchissimo e affranto, disilluso e intorpidito Will Brooks (aka MC Dälek), ma, non si sa come, ancora in piedi. Ancora a gridare, ancora a sperare. Da trent’anni fissa il precipizio e ci vede tutto ciò che nel mondo non riesce a cogliere: il fascino della caduta, del vuoto, dell’assenza. Tuttavia anche il silenzio, come dice nel funereo requiem As Children Chant dall’album HAYWARD X DÄLEK, “in these times of abhorrent acts (…) is deafening”.

Oggi può venerare la “falling moon”, la luna calante che ancora brilla. Ma che tipo di luce abbiamo davanti? Nel caso de Il giardino delle bestie, romanzo/saggio da cui è stato estrapolato il titolo Brilliance of a Falling Moon, Erik Larson parlava della decadenza strutturale del nazismo, della sua falsa illusione di perfezione, delle narrazioni e della propaganda che inculcavano un pomposissimo ideale di grandeur. Quel sentore, nello spettro dell’America paranoica, si è riprodotto negli attacchi dell’ICE e nelle burattinate di Donald Trump, nelle camere d’eco dei social e nella propaganda bellica, nel totale disfacimento di quella che una volta tentavamo di chiamare democrazia. E in questo solco di decadenza post-storica, i Dälek – ad oggi Brooks al microfono e Mike Mare (aka Mike Manteca) alla console – si scagliano ancora una volta, sempre in prima linea, proprio come degli impenetrabili, lugubri e accartocciati Public Enemy.

Ormai, dopo il nichilismo nero pece dell’esordio Negro Necro Nekros (1998) e From Filthy Tongue of Gods and Griots (2002), o le rovine industrial di Absence (2005) e Precipice (2022), i pionieri di un hip hop che esaspera i crossover tra industrial, punk, spoken word, noise e shoegaze rimangono con una manciata di detriti: quelli di una lotta costante e vana, di un bersaglio mobile che si sposta sempre più avanti. È un fardello che riecheggia nei nuovi, spettrali wall of sound confezionati da Manteca: un’accozzaglia minimalista ma scontrosa di rallentamenti ipnotici, voci dimesse, grida stereofoniche, distorsioni e lamenti melodici.

Non c’è redenzione che tenga, nemmeno quando Brooks reclama la triade Knowledge / Understanding / Wisdom per riconquistare una purezza umana. La conoscenza, ci dice, rende l’uomo inadatto a essere schiavo (“unfit to be slave”) di algoritmi e corporation che cercano di dettare il nostro comportamento (“dictate how we behave”) e scommettono la loro ingannevole fortuna sulla nostra indifferenza (“they bet they grifted fortune on our indifference”). La soluzione? In teoria sarebbe semplice: “I’ll bet my breath on understanding and wisdom”.

Tuttavia è pur sempre il compimento totale della distopia, tant’è che nei Dälek di oggi non c’è nemmeno più il cenno di una qualsiasi iperbole o fantasticheria da misantropo. Brooks e Mare si muovono per fatti, statistiche, spicchi di realtà. Le strofe, iperdense, sono anti-propaganda ed esistenzialismo, lotta e trascendenza, alternando metafore dolorose ed estremamente vivide (l’esistenza come un cancro, un attacco asmatico, un polmone perforato) alle consuete denunce strutturali (la “normalized tragedy”, i mass media, l’alienazione), passando per appelli di lotta e soffocate rivelazioni.

Questo nuovo album, terribile per quanto è lucido e doloroso per quanto arranca, dà la sensazione di camminare tra le polveri di un mondo che sta crollando senza nemmeno rendersene conto. Il duo si staglia su dimessi sussulti ritmici, sabbiosi e vicini al trip hop, sui semi-spoken cavernosi di Brooks, sui cadaveri di un noise rap che, paradossalmente, non fa più tanto rumore. Così, nel magnetismo intossicante della strepitosa Expressions of Love, con il suo loop di piano inebriante e gli echi di mortalità; nella nostalgica I AM A MAN, che riprende speranze e lotte dei movimenti sociali degli anni ’60 con un noto slogan di protesta; in For the People, che sembra l’ultimo tentativo di riappropriazione umana prima del crollo, i Dälek realizzano il loro album più arrendevole e intorpidito, ma anche il più inevitabile, a questo punto.

Un album che, tuttavia, pur fascinoso e splendidamente fatiscente, non sembra più stravolgere una platea che in Moor Mother può trovarci il culmine della poesia afrofuturista, in ELUCID una potente “astrazione militante“, in Billy Woods i più piccoli nei dei fabtasmi occidentali o, in Backxwash, Ho99o9 e Moodie Black, l’irriverenza e le pulsioni delle nuove generazioni di noise rap.

Non ha dunque la sostanza dei suoi classici, l’eclettismo di Asphalt for Eden, la scanzonata “punk attitude” di Gutter Tactics, o le escursioni ritmiche del recente HAYWARD X DÄLEK (in collaborazione con Charles Hayward dei This Heat), ma Brilliance of the Falling Moon pare essere l’unico album possibile per chi continua, da decenni, ad attirare l’attenzione su questa luna calante che continuamente si autoalimenta.

La domanda rimane: fino a quando?

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