Recensioni

Il cerchio si chiude. Senza sorprese ma con la nota qualità. Sembrava archiviata l’avventura di Tadd Mullinix, producer del Michigan, con il moniker Dabrye, il cui ultimo lavoro, Two/Three, è datato 2006. Il disco – un personale esperanto hip hop memore di svariate esperienze elettroniche – rappresentava il secondo episodio di una trilogia avviata nel 2001 (One/Three) che a sua volta ne metteva in mostra un altro lato, più casalingo e lo-fi, eppure figlio tanto delle lezioni di J Dilla e Madlib quanto di quelle firmate dai britannici Aphex Twin e Luke Vibert. Grazie ad un eclettico uso del sampling, di svariati synth analogici e di una concezione sincretica dell’hip hop architettata in terzine e calibratissimi contrappunti, Dabrye si era guadagnato le simpatie e la collaborazione non solo del compianto Dilla ma anche di tutta una serie di producer del giro Stones Throw. Tutto bene e tutto liscio, se non che la morte del mentore ed eroe personale lo aveva costretto – causa il più classico dei blocchi dello scrittore – a uno stop forzato perlomeno in campo hip hop. Dal secondo capitolo della trilogia Mullinix continuerà l’attività sotto diversi alias precedentemente attivati (o nuovi di pacca), primo tra tutti James T Cotton, con il quale produce techno, house e acid.
Quando alla fine del 2017 il nome di Dabrye ritorna, lo fa in sordina, al solito sulla sodale Ghostly International, tanto in sordina che di un terzo capitolo della sua saga nessuno si ricordava più. Lui lo annuncia come il segno di rinascita creativa non solo in campo Hip Hop ribadivamo in sede di approfondimento. L’ascolto dell’album fa subito pensare che Tadd non abbia di certo perso la mano né la voglia di continuare nel solco del boom bap né dell’innesto jazz. Anzi, mai come ora, si ritorna agli anni Novanta (meglio se prima metà) tra classici strumentali old school ricchi di archi ammalianti (Tape Flip Too, Tahn Ice Rhythm, Honey), progressioni analogiche post-Moroder (Vert-Horiz), smalti jazz e luccicanti fraseggi al pianoforte (Lil Mufukuz o Sunset con Shigeto). Sono composizioni fuori dalle mode, figuriamoci dagli hype, e la missiva è chiara fin dall’opener con colui che era uno dei rapper preferiti di Dilla, Guilty Simpson, tra i tanti MC detroitiani in tracklist assieme a Phat Kat, Kadence, Quelle Chris e Danny Brown – ad affermare una frase che sa di monito e di delimitazione di campo: Never affected by new sellers.
Dabrye, a differenza di quanto accadeva nel secondo capitolo della trilogia – un memorabile ponte tra le istanze dei Novanta e un futuro che in seguito si tingerà dei colori della Brainfeeder – si gioca la carta del ricongiungimento con le basi, con il classico. Eppure basta ascoltare Culture Shuffle per trovarci davanti a una delle tante micro sfaccettature del suo inconfondibile sound, in questo caso frizzante e ballerino, quasi latino, una cumbia su cui gli MC possono dare spettacolo. Proseguendo con l’asscolto, una Emancipated, trainata dal potente flow di Ghostface Killah, ci ricorda di cosa parliamo quando nominiamo il concetto di boom bap, mentre The Appetite, che coinvolge un outsider rap come Danny Brown (non a caso uno che ora è con la stessa etichetta dei bardi inglesi di cui sopra), ci immerge in un atmosfera tetra e alienante dove aerei synth trasportano il flow minaccioso del rapper. La trilogia si chiude con qualcosa che è semplicemente il suono di Dabrye.
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