Recensioni

Quando uscivano i primi album di elettronica applicata all’hip-hop non c’era verso di spegnere lo stereo: le prime produzioni Ninja Tune (Amon Tobin), le compilations Bip-Hop, i ritmi deep/dark di quell’eremita zen di DJ Krush, qualche loop dei primissimi Wu Tang Clan. Era tutta roba appiccicosa. C’era da scottarsi. Poi sono arrivati gli Antipop Consortium a sparpagliare le carte. Anzi hanno fatto saltare il tavolo da gioco, sputando una "cosa" che non c’era, esplorando visioni interstellari e ritmiche che spaccavano.
Dopo il di loro a consolarci è arrivato El-P e tutta la Anticon: così arriviamo all’oggi. A parte i Subtle, pazza cometa recente, manca una nuova rielaborazione, manca una scintilla. Ed eccola qui: non poteva che venire da un posto che di storia musicale ne sa vagoni. Detroit. Tadd Mullinix è il nuovo geek che si diverte a mescolare pezzi di cultura acid – leggi Phuture -, house, dance e soul con breakbeat taglienti e minimal per costruire basi dove possono scatenarsi i migliori MC del momento, ovvero, tra gli altri, Doom, il compianto Jay Dilla, Beans e Vast Aire dei Cannibal Ox. Un ritorno alle origini dell’hip-hop, ai sample Kraftwerk, allo scratch sopra una ritmica live di Herbie Hancock. Insomma al perfect beat.
In realtà siamo dalle parti del primo Prefuse 73: niente pantani sui testi, piuttosto atmosfera e stile, con le basi a costituire un disco a sé, e una qualità della rima che ci sta alla perfezione. Dabrye non è solo compositore, ma, più argutamente, produttore di se stesso. Un ibrido tra Dr. Dre e Giorgio Moroder. Vedremo in quante classifiche di fine anno comparirà. Nella mia c’è giusto giusto un’ultima slot libera.
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