Recensioni

Gli ascoltatori meno pratici di territori vicini alla musica soul potrebbero facilmente venir tratti in inganno da questo If Words Were Flowers, prendendolo per uno scontato episodio revivalistico o legato alla scia, anche un po’ modaiola, dei tanti dischi pubblicati negli ultimi anni nei quali il sound della “musica dell anima” e temi di critica sociale e politica si sono incontrati, a volte piuttosto forzatamente. In realtà, il percorso artistico ed il messaggio del suo autore partono da molto, molto più lontano.
Curtis Harding è figlio d’arte. La madre, cantante di gospel itinerante, ne ha talmente influenzato la crescita personale ed artistica che il polistrumentista ha praticamente dedicato la propria esistenza alla musica, facendo del palco, fin da giovanissimo tra una città statunitense e l’altra, l’habitat più naturale. Il tutto all’interno di quel vivaio di talenti che è l’ambiente della musica gospel, ovviamente, ma in seguito venendo anche in contatto diretto con la scena hip hop e militandovi in veste di rapper e perfino collaborando con una serie di musicisti rock dell’area di Atlanta, Georgia – dove ha finalmente fondato la propria base operativa.
Questo suo nuovo, terzo album, è un po’ la somma di tutte queste esperienze; che in questo caso servono anche da filtro per gettare uno sguardo lucido sul presente ed i problemi – nuovi e vecchi – che presenta. Il disco è stato realizzato tra un lockdown e l’altro ed in parte usando il forzato ritiro proprio per trovare la concentrazione necessaria alla composizione e registrazione delle sue nuove canzoni, coadiuvato dal produttore e multistrumentista Samuel Cohen e, in seguito, da uno stuolo di musicisti, tra coriste e sezione fiati. Sono proprio i dettagli stilistici apportati da questi ultimi che danno ad una raccolta di canzoni di per sé perfettamente e sostanziosamente sviluppate con una marcia in più. Già a partire dall’iniziale title-track e dalla seguente Hopeful, sontuosamente arrangiate e prodotte con ben in evidenza le radici gospel dell’artista ed i suoi punti di riferimento: la consapevolezza sociale di Curtis Mayfield, la visionarietà di Sly Stone, la brutale onestà di Gil Scott-Heron, la tradizione strumentale della Stax Records. Prestando sempre molta attenzione al dosaggio di profondità di significato ed immediatezza pop, come la orecchiabile e coinvolgente Can’t Hide It ben dimostra. O giustapponendo elementi organici e sintetici e tradizione e contemporaneità stilistica, come evidenziano il trattamento vocale ed il flow – chiaramente mutuato dall’hip hop – di So Low.
Prendendo ispirazione dalla frase «Give me flowers while I’m still here», che pronunciata da sua madre gli provocò grande impressione, Harding spinge ancora più in là la metafora floreale usata nel titolo per dimostrare come il testo di una canzone possa essere semplice e contemporaneamente significativo come il dono di una singola rosa, oppure vario e complesso come la composizione di un intero bouquet. Sia esso un incitamento diretto a non lasciarsi andare alla disperazione come «No fears just hold on tight / Cause the darkness will be over by the end of the fight», intonato nella già citata Hopeful, o una più velata osservazione come «I’ve been searching for a sign / But in it ain’t no peace of mind no more / You got a different point of view / As long as you know I do too / So let it go», espressa in It’s a wonder, lasciando aperte le più varie interpretazioni.
In ogni caso, e qualsiasi sia il punto di partenza di chi si accinge all’ascolto, è importante vedere questa vibrante raccolta di canzoni come un urgente prodotto dell’oggi e non un semplice esercizio di nostalgia. Il soul al quale fa riferimento non ha mai cessato di esistere e non ha mai smesso di essere rilevante, sia nello stile inconfondibile che nel messaggio che da sempre porta con sé.
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