Recensioni

7.1

Nemmeno quando ha esordito, nel 2015, con un disco straight-in-your-face come Soul Power, si poteva avere la sensazione di trovarsi di fronte a un esordiente in senso stretto: tanto il mestiere messo in quelle tracce soul e r’n’b che si poteva parlare senza tema di smentita di un disco fuori dal tempo. Erano i primi vagiti personali di un songwriter che aveva già assaggiato la vita on the road del turnista e respirato musica fin dalla più tenera età. Il suo secondo album, quindi, non può essere interpretato semplicemente alla luce della domanda se abbia o meno saputo rispondere alle aspettative che, nel frattempo, gli sono cresciute attorno. Anche in questo secondo episodio della sua discografia, cioè, siamo di fronte a una personalità forte, che semplicemente si dà: per certi versi la perfetta storia del soulman di razza, che prima di scrivere e suonare, semplicemente è.

Per stessa ammissione di Curtis Harding, Face Your Fear è il secondo lato di Soul Power: scritto con un approccio simile, con la vita che detta le proprie canzoni a chi le voglia star a cogliere, e senza troppi pensieri che possano guastare quanto di immediato c’è nella musica dell’anima. Approccio che Harding ha sempre pensato di ritrovare dappertutto, dal rap al rock, e che ha semplicemente cercato di incanalare attraverso la sua calda e duttile voce funk. Due anni fa si trattava di un’autoproduzione, mentre adesso in cabina di regia c’è Danger Mouse, a confermare lo status raggiunto dal Nostro. Il tocco del producer si sente, ma è delicato e serve più che altro a dare profondità a quanto di buono già scrive Harding: segno di intelligenza.

La maggiore novità, nonostante non sconvolga la formula, è l’accento più psichedelico di alcuni brani, che si traduce in un uso meno centrale delle chitarre, in favore di fiati, tastiere e una discreta elettronica. Colpiscono, in questo senso, brani già instant-classic come Go As You Are e una programmatica Welcome to My World, anche tra i numeri migliori del lotto. Che Harding sappia trattare le emozioni dell’animo, lo mostrano slow come As I Am, l’amorevole e spacey Dream Girl. Ma lascia il segno anche la perfetta filologia detrotiana di On And On e la semplicemente splendida Ghost of You.

Se due anni fa speravamo che Harding sparigliasse un po’ le carte per non cadere nella categoria degli epigoni, oggi possiamo dire che non è ancora al riparo da quel rischio, ma ha notevolmente ampliato lo spettro di sfumature che sa mettere in musica. Non una rivoluzione copernicana, ma quanto basta per farci pensare che questo sia il primo disco che conti davvero.

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