Recensioni

7.3

Con gli U2 a ricordarci nella loro residency a Las Vegas quanto un brano come Don’t Dream It’s Over abbia inciso sull’immaginario collettivo, i Crowded House di Neil Finn tornano a pubblicare nuova musica. Se a febbraio era arrivato il singolo Oh Hi, in odore dei Wilco più pop, adesso è il momento di Gravity Stairs, ottava prova sulla lunga distanza che segue a tre anni di distanza Dreamers Are Waiting, di per sé un ritorno più che buono che rompeva un silenzio discografico di oltre dieci anni dalla prima reunion del 2007. Per il nuovo disco viene confermata sostanzialmente la nuova line up, che vede il pater familias ormai saldamente affiancato dai figli Liam e Elroy, oltre che dal veterano della formazione originale Nick Seymour, con l’aggiunta di un asso come Mitchell Froom alle tastiere e il graditissimo ritorno del fratello maggiore Tim in Some Great Plans (for Claire), con Stephen Schram a dare una mano in sede di produzione.

Il titolo, che descrive una scalinata rocciosa realmente esistente in Nuova Zelanda, per Finn è una metafora del suo essere musicista, oltre che dell’invecchiare e dell’essere coscienti della propria mortalità: “bisogna essere più determinati per arrivare in cima, ma la spinta a salire rimane la stessa”. Se possibile, questa collezione di canzoni è infatti ancora migliore della precedente: se siamo in cerca di qualcuno in grado di mostrarci l’arte di scrivere una canzone, possiamo (e dobbiamo) ancora guardare all’altro emisfero e alla famiglia Finn, in grado di rinnovarsi nelle generazioni, nel tempo, nelle influenze e negli stili, adattandosi ai tempi senza mai snaturarsi; seppure a diversi tratti è evidente, dal punto di vista sonoro, il debito nei confronti della band di Jeff Tweedy, alla luce della loro collaborazione ai tempi del progetto Seven Worlds Collide sembra tutto molto naturale.

Grazie anche alla nuova linfa instillata dai figli, che contribuiscono in fase di scrittura e produzione, la penna di Neil non gira praticamente mai a vuoto, supportata da un suono leggero, arioso e ricco di riverberi e intrecci di acustiche, non mancando escursioni nel pop più radiofonico ma sempre con gusto (Teenage Summer), strizzando l’occhio tanto a Lennon (l’apertura intima, atmosferica e soul di Magic Piano) quanto a McCartney (All That I Can Ever Own) e non mancando di avventurarsi in momenti gustosamente sperimentali (le armonie di Night Song; una Black Water White Circle vagamente XTC). Di gran lunga, il loro miglior disco post-reunion.

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