Recensioni

7.2

Avevamo lasciato l’immarcescibile Neil Finn e i suoi Crowded House – la ragione sociale a cui è più affezionato, crediamo, nonché quella di maggior successo internazionale, a parte le scorribande giovanili negli storici e gloriosi Split Enz accanto al fratello maggiore Tim, le ben dosate incursioni soliste e altri progetti, su tutti il dream-team 7 Worlds Collide, con pezzi di Radiohead e Smiths tra i tanti – in uno stato di ritrovata e inattesa grazia: nonostante la perdita tragica del batterista e membro fondatore Paul Hester, dopo anni di pausa era arrivata a metà ’00s una ripartenza che, pur non potendo replicare i fasti degli anni “maggiori” tra ’80 e ’90, aveva lasciato tutti soddisfatti.

Riaccantonato il progetto, oltre a un paio di lavori in proprio, negli ultimi tempi Finn si era addirittura ritrovato, per strani casi del destino e dello show biz, a riempire le scarpe niente meno che di Lindsey Buckingham nei riformati, e ovviamente sempre litigiosissimi, Fleetwood Mac; ulteriore e forse pleonastica postilla a un curriculum già di per sé di tutto rispetto, dacché le sue doti di songwriter pop di classe cristallina e musicista e interprete dal gusto sopraffino non sono più, da tempo, oggetto di discussione (rivolgersi, se neofiti, alla raccolta Recurring Dream, sfidando a trovare una sola canzone non meno che formidabile).

A fornirne ancora prova, ecco dunque che ai due nuovi album pubblicati una decina di anni fa dalle leggende del pop neozelandese, Time On Earth (2007) e Intriguer (2010), si aggiunge oggi questo Dreamers Are Waiting, che segna un fisiologico, ulteriore cambio di formazione con l’ingresso ufficiale, accanto al veterano Nick Seymour, dei due figli di Neil, Liam e Elroy, e del venerato tastierista Mitchell Froom, tra le altre cose – anche qui: il curriculum è impressionante – già collaboratore e produttore dei primi album dei Crowded House originali.

Insomma, è assai improbabile che con tali premesse si possa restare delusi già in partenza; e l’ascolto sostanzialmente conferma, svelando a partire dai leggeri e ariosi intarsi di Bad Times Good («Hey, everybody wants to make a bad time good / Hey, it looks like some kind of medicine for me»; un – involontario, dacché la registrazione è precedente – elogio dell’umana resistenza nei mesi della pandemia?) un set di canzoni pop d’autore classiche ma ancora fresche e ispirate, finemente cesellate con perizia artigianale. Ma non è tutto, anche se basterebbe.

Certamente, l’inserto dei due Finn junior, già attivi autonomamente (e qui determinanti anche in sede di scrittura e arrangiamento) non può che aver portato nuova linfa nelle canzoni paterne, in una dinamica che ricorda da vicino quella, recente, di Jeff Tweedy e talentuosa prole. Family rock, potremmo chiamarlo? Sia come sia, agli inconfondibili sentori della casa affollata si mischiano adesso spiccate suggestioni – toh! – Wilco / Autumn Defense (Start Of Something l’esempio più eloquente, ma anche Sweet Tooth), e la presenza di Mac DeMarco come ineffabile protagonista del video della satirica Whatever You Want («This is not right, this man is a fake / But they will follow him down / To the edge of the cliff /And if he tells them to jump / They will jump right in»; Trump chi?) non è anch’essa casuale, né tantomeno che uno dei singoli e punta di diamante del disco, To The Island, sia stato appropriatamente remixato da Kevin Parker / Tame Impala.

Va da sé; cercare qui hit mondiali come Don’t Dream It’s Over (con tante grazie del nostro Antonello nazionale) o Weather With You (per quanto Deeper Down ci si avvicini) non ha molto senso; non sono più quei tempi, quel mondo, quella band (benché nel loro emisfero, lì sotto, sono tipo i Beatles. Davvero). Eppure: che ogni tanto ci possa essere sempre un nuovo disco a ricordare a noi tutti chi è Neil Finn e di cosa è capace, beh, ci sembra sufficiente motivo per restare moderatamente soddisfatti. Che poi si riesca anche ad andare un po’ oltre le aspettative, c’è solo da gioire.

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