Recensioni

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Le macerie dell’it-pop si stanno rivelando decisamente più interessanti dell’it-pop stesso. Perché somigliano al terreno di coltura di un laboratorio abbandonato, dove proliferano biologie meno prevedibili e diversamente indirizzate rispetto all’ebbrezza mainstream di qualche anno fa. Va detto che i protagonisti di quella pseudo-scena non sono mai stati granché omogenei, anzi si sono collocati fin da subito su linee stilistiche e poetiche peculiari per non dire divergenti, dai tormenti vacui/vacanzieri di Tommy Paradiso all’angst generazionale intrisa di languori pucciosi di Calcutta, dall’esistenzialismo insidioso e radiante de I Cani alle raffinatezze onirico/balzane di Giorgio Poi, tanto per limitarsi a qualche esempio.

Rispetto a questi, Marco Jacopo Bianchi detto Cosmo ha scelto fin da subito di percorrere una corsia a velocità differenziata, metabolizzando e rielaborando codici variamente electro-dance per farne struttura portante e punto di fuga di una calligrafia comunque radicata nel cantautorato pop italiano “nobile”, tanto che ascoltandolo sembrava di assistere a una danza abbacinata di spettri Battisti (in particolare quello del sodalizio con Panella), Dalla e Battiato (quelli degli 80s) in un club a caso tra le anse spaesate del ventunesimo secolo. 

Ne risultava uno strano ma efficace punto di vista sul presente, implicitamente nostalgico e obliquamente futuribile, portatore sano di sbalordimento e vulnerabilità generazionali come vibrazioni dominanti di un entusiasmo comunque ancora possibile in un’epoca orfana della stagione (della dimensione) rave, di momenti aggregativi e fondanti, di linee di fuga ideologiche, e via discorrendo.

Insomma, se è lecito collocare Cosmo nell’ambito dell’it-pop (e tutto sommato credo si possa fare), va considerato come il fantasma di quella stessa “macchina”, proprio per come lascia affiorare il lato macchinico del pop italiano degli anni Dieci e Venti, di quel processo di estrazione e reimmaginazione del repertorio tradizionale che tradisce negli esiti finali una sorta di fragranza algoritmica, di genuinità artificiosa, di calore sintetico (e così via di ossimoro in ossimoro). 

Ecco, in Cosmo questa divergenza intrinseca è scoperta: c’è una dose di avventatezza nella determinazione con cui negli anni ha disposto sul tavolo operatorio le varie influenze Phoenix, Caribou, Jamie XX, Orbital e Tame Impala (tra gli altri) assieme alla tradizione indigena suddetta, lasciando che emergesse con evidenza l’intenzione (il progetto) di musica-cyborg, col suo collassare di angolazioni espressive reciprocamente (o almeno apparentemente) aliene, di mondi così lontani così vicini, intimi eppure sensibilmente inconciliabili.

Perciò ascoltando le sue canzoni avverti(vi) una specie di esitazione interna, come se qualcosa non si incastrasse mai alla perfezione, come se al loro interno agissero piani espressivi sfalsati, non sovrapponibili, quasi fossero la rappresentazione sonora del problematico incresparsi e ripiegarsi di spaziotempo nell’epoca della connessione di tutto con tutto, col conseguente senso di caos a cui tentare di contrapporre un’ipotesi di kosmos (appunto).

Ma la stagione it-pop è finita (qualcuno sospirerà: grazie al cielo), o comunque ha esaurito la spinta propulsiva. E si torna al discorso delle macerie. Con cui anche il musicista di Ivrea fa i conti (almeno con le proprie). Ovvero: ascoltando il suo nuovo lavoro, pare che abbia attraversato la notte, tutto quel buio abitato di vampe e onde quadre e sballo chimico, per approdare a un mattino fragile, sospeso, quasi attonito.

È dentro questa sospensione che va inquadrato La fonte: definibile non tanto – come spesso si dice in questi casi – un nuovo inizio, ma casomai una riemersione prudente, consumata ancora una volta assieme al producer Alessio Natalizia (noto per le suggestive congetture electro a nome Not Waving). Più che ripartire, Cosmo sembra voler fare pausa, sostare in un punto intermedio, osservare ciò che resta dopo le correnti agitate della notte. L’energia che in passato spingeva verso l’esterno, verso il corpo collettivo del club, qui si ritrae. Diventa sotterranea, carsica. Non scompare, ma cambia direzione: invece di espandersi, scava.

Musicalmente il cambio è palpabile ma tutto sommato non traumatico. L’elettronica resta il lessico principale, però viene come dire smussata, resa porosa, quasi liquida, imbevuta di fraseggi acustici e sottili spasmi elettrici. I beat si diradano e assottigliano, le strutture si aprono, respirano, più che imporre un ritmo lo rievocano, si lasciano attraversare da memorie di danze passate. Ne deriva una musica del mattino, ma non nel senso di una pacificazione luminosa: piuttosto, è come se alludesse alla vulnerabilità prodotta da tante piccole ferite invisibili, alla lucidità che è frutto di quello stesso accumulo di esperienze che emerge quando il rumore si ritira e non resta più niente a coprire la tua vulnerabilità. 

Ciao, da questo punto di vista, è una specie di soglia. Ha la forma di una canzone pop riconoscibile, quasi tradizionale, ma al suo interno qualcosa slitta: la pulsazione non coincide mai del tutto con la melodia, il centro sembra sempre leggermente decentrato, la melodia si snoda in sella a uno sconcerto laterale che rammenta il Battisti in bilico sulla post-modernità ma pervaso di franchezza disarmante Luca Carboni, il tutto passato attraverso membrane e schemi mentali androidi. Il “ciao” quindi come gesto sospeso, un’apertura che non garantisce approdo ma deriva morbida, abbandono.

In Incanto questa sospensione si ispessisce, fluttua con flemma agrodolce nella trama di un valzer punteggiato di striature acidule e nuances sintetiche piuttosto suggestive. La voce, filtrata da un autotune applicato con la giusta misura, oscilla tra distanza e presenza, distacco e struggimento, così come il testo sembra muoversi per sottrazioni progressive, lasciando emergere un bisogno essenziale: riconoscersi, anche solo per un istante, nella quieta condanna del continuo mutamento. 

Ma già la opening (e quasi title) track Tornare alla fonte si candida a passaggio più emblematico dell’intero lavoro: getta l’ascoltatore in una dimensione neo-bucolica, nella rete di pulsazioni ritmiche minimali e arpeggi basici, mentre la voce si colloca tra il confidenziale e il radioso con interventi leggeri di pitchatura digitale. Qui Cosmo sembra volersi muovere in una dimensione più sensoriale e al tempo stesso evocativa: il racconto diventa allusione, le sensazioni prendono forma dalla glassa della coscienza e diventano percorsi, una forma poco solida ma luminosa di consapevolezza. 

Detto questo, non tutto torna. Sembra cioè che la scelta di smorzare i contrasti ed esporsi così al rischio di una certa indeterminatezza, alla mancanza di incisività e quindi di visibilità, abbia rappresentato una sfida che l’ex-Drink To Me non ha avuto il coraggio di affrontare fino in fondo. Ciò spiegherebbe l’esito semplicistico – a tratti anche facilone – di certe partiture, come quella Ogni giorno / ogni notte che riveste di rumba placida e cromatismi vetrosi una melodia a prontissima presa, condita oltretutto da implicazioni neo-soul scontate e autotune d’ordinanza, oppure vedi il ritornello ruffiano di Totem e tabù a bagno in un esotismo acrilico condito da ritmiche calligrafiche, chitarra acustica accattivante e cori femminili dolciastri.

Si impone insomma lungo la scaletta un bisogno di franchezza, di spalancare le segrete del cuore che oblitera quel senso di esitazione stuporosa che inizialmente sembrava in grado di incanalare il lavoro in un solco intrigante: vedi come Per mio fratello rimastichi il cliché della ballatina stropicciata Carboni (di nuovo) anni 80s con tanto di sax e pennellate vaporose di synth, o La fine che prima incede con la postura accorta del Raf sanremese e poi si divarica in un ritornello arioso che rimanda direttamente al canone Perturbazione

Non è il caso tuttavia di insistere troppo sul senso di occasione perduta: nella sua fisiologica mancanza di zone d’ombra, in questo eccesso strutturale di chiarezza, è comunque un disco che sa ritagliare momenti particolari, come capita in Per un’amica, dove l’anti-crooning indolenzito si spalma su un bordone di synth come un Calcutta stremato dai valium ma in vena di astrazioni spacey e neo-soul, o come nelle due tracce conclusive, una Venite a vedere che spiraleggia mambo androide prima trattenuto e poi vitale (“Oh baby che c’è/perché questo pianto?/Hai paura anche te/del prossimo schianto?”) e ancor più Sboccia il fiore coi suoi spiritelli house campestri che trasfigurano il digitale in vegetale, quasi fosse una versione a 64 bit dei C+C=Maxigross immersi nella follia agreste di Anima Latina.   

A distanza di dieci anni da L’ultima festa, Cosmo sembra quindi aver invertito la traiettoria, spostandosi dal rituale collettivo alla resa dei conti individuale. Accantonate le istanze del corpo, si affida alla voce – ovvero alla sua capacità evocativa intrinseca – nel tentativo di tirare la giacca all’anima. Bel tentativo, ma l’intenzione è rimasta parzialmente sulla carta. Non riesce a stringere le coordinate con la nitidezza necessaria, a stagliarsi sullo sfondo e farsi racconto: al più definisce delle intercapedini emotive, zone di transito suggestive ma non proprio memorabili. 

In ogni caso, resta il senso di un luogo in cui accorgersi che, quando la musica smette di pulsare e fare rumore, qualcosa continua comunque a vibrare. Forse è proprio lì, in quella vibrazione residua, che La fonte ambisce a un senso.

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