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7.3

La terza estate dell’amore, perché la prima è stata quella del flower power negli anni ’60 e la seconda l’ha vissuta chi si è sfondato ai rave tra ’80 e ’90. Ora tocca a chi è stato derubato degli anni migliori della propria vita dalla pandemia. Così questo nuovo lavoro vuole anzitutto farsi colonna sonora di un’estate all’insegna delle riaperture, soprattutto in ambito live. È arrivato con una promozione strana, senza singoli e con un po’ di sano guerrilla marketing condotto a base di dirette YouTube, il successore di Cosmotronic. Che era un ottimo disco, perfetto nell’esplicitare definitivamente l’ingresso di Cosmo in un mondo che di indie aveva ormai ben poco, e parlava piuttosto il linguaggio dell’elettronica, della dance e di un pop che a modo suo guardava a Battiato o all’ultimo Battisti (quello bianco e pannelliano), piuttosto che a Calcutta.

Perché non era quell’indie macchiato di electro furbetto e studiato per piacere al pubblico più hipster, e questo nuovo parto lo palesa definitivamente. Cosmo parla un linguaggio molto zarro e molto kitsch, ma lo fa rivolgendosi ad ascoltatori consapevoli. Insomma, in veste di produttore è un guilty-pleasure che sa di non esserlo. Perché fa sostanzialmente un’italo-disco apparentemente caciarona e tamarra, ma la porta a tavola con i Modeselektor e gli Underworld, gli Orb e i Future Sound of London (a volte quelli di Dead Cities, a volte quelli di Lifeforms). Questa estate dell’amore è pensata da uno che l’elettronica da ballo “nobile” l’ha studiata tanto e bene, e che non si limita a fare onanismo citazionista ma prova a chiudere un passo in più.  

La ricetta è palese sin dall’incipit: bassi tellurici tagliati al laser e arpeggi sintetici, Dum Dum è un patchwork dove gli Orbital incontrano gli Air, dove i Kraftwerk la buttano in caciara e si mettono a fare l’eurodance. Poi con Antipop arriva un funk acido in cui gli Autechre pescano dei synth cafonissimi e disperatamente anni ’80. «È musica, no fabbrica» canta lui, sguaiatamente, e infatti la hit sembra volutamente evitata. Certo, qua e là si concede anche qualche numero più smaccatamente orecchiabile, ma sempre con gusto: in questo senso La Musica Illegale è praticamente una Turbo minore e meno speziata. Altrove gioca a nascondino: Fresca, inizia con un arrangiamento minimale tra basso e drum machine, e il pezzo sembrerebbe anche banalmente ritmato e ballabile. Poi però si stratificano glitch e scampanellii ambientali, la trama si decostruisce, a un certo punto sembra di sentire gli Iori’s Eyes che suonano un pezzo dei Boards of Canada facendolo cantare a Myss Keta. Ed è nell’improbabile coerenza di un episodio del genere che viene a galla tutta la crescita di Cosmo come producer puro. 

I ritornelli sembrano via via prescindere sempre più dalla sola voce di Cosmo, come quando affida il ritornello non alla sua voce ma a una smanettata sul pad (Cattedrale); oppure ancora nelle lisergie africane di Mango, con quella melodia che dovrebbe aprirsi e invece non lo fa. E a proposito di Africa, qua e là fa capolino una vaga idea di world music meticcia e sintetica, come nella Jungle robotica di Io Ballo (con uno spiazzante bridge vaporwave); è una cavalcata che prende i Knife e li sbatte in pista per veicolare quello che è forse il testo cardine del disco: la danza ancora come espediente catartico, oggi più che mai nella ricerca di una fisicità da ritrovare, umiliata dal lockdown: «Io ballo / il mio corpo è un’arma spara in faccia agli incubi».

La danza dopo la clausura da Covid-19 è sicuramente l’immagine regina del disco; e in quest’ultimo senso va detto anche che questo vuole essere il disco più politico di Cosmo. Perché come si è detto ormai in tutte le salse, questa pandemia è stata sintomo e indice rivelatore (casomai ancora ne servissero) di tutte le problematiche portate da un capitalismo sempre più in affanno. Allora «Balli sul disastro anche te», perché «Come finirà neanche Dio lo sa / ma il capitalismo bla bla bla». Un po’ come Zach de La Rocha e i Run the Jewels nel video di Ooh La La: balliamo e festeggiamo, perché forse siamo davvero a fine corsa. Sarà davvero così? Intanto, nel dubbio, questo è un signor disco.

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