Recensioni
Anfiteatro del Tau, Unical (CS)
Colapesce Dimartino
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Fernando Rennis
- 22 Luglio 2021

Qualche mese fa, camminando per Milano, era molto facile imbattersi in manifesti gialli che proponevano gli accordi di Musica leggerissima. Vedere Colapesce e Dimartino a Sanremo e assistere al successo del brano non ha lasciato inermi quelli che bazzicavano nell’indie nostrano a cavallo tra gli anni Zero e i Dieci del nuovo millennio. Quelli di Brunori voce e chitarra in Università o dei due siciliani alle prese con una versione notturna di Ma la notte no.
Il tempo ha dato ragione a ragazzi diventati uomini forti di una gavetta vecchio stile. Ed eccoli, quindi, Lorenzo e Antonio all’Anfiteatro del Tau – tutto esaurito – dell’Università della Calabria. Come per molti concerti di questo periodo è un peccato assistere seduti, ma bisogna guardare il bicchiere mezzo pieno e ringraziare per l’opportunità. Il riscaldamento è affidato a dischi e consolle di Fabio Nirta, l’apertura all’altro calabrese Domenico Barreca, e dopo il solito limbo di attesa pre-concerto si può iniziare.

Apre le danze uno dei temi centrali de I Mortali, quell’adolescenza nera che è una porta da attraversare per entrare nel mondo di Colapesce e Dimartino: una terra magica e poetica che sa di salsedine e limone, un crocevia di grandi melodie e suoni rétro. Ritratti ingialliti di una Sicilia lisergica che raccontano anche la storia di chi ha passato il lockdown in 20 metri quadri inghiottito da una città grigia e paralizzata. Loro sono in forma, la band precisa e il pubblico estasiato. Basta l’inciso di Cicale a rendere evidente l’alchimia e Luna araba a far alzare dai posti assegnati i primi temerari. Premia anche la scelta di lasciare le voci fuori campo, come nel caso di Vanoni per il divertissment Toy Boy e l’emozionante riecheggiare del timbro di Battiato durante la cover de L’animale.

Ovviamente c’è Musica leggerissima, arricchita qui con una meravigliosa coda strumentale presa in prestito dal remix del brano impacchettato dal sapiente Giorgio Moroder. E ci sono anche alcuni brani dei rispettivi percorsi solisti: la splendida Ti attraverso, la toccante Non siamo gli alberi e quella Satellite che funge da macchina del tempo per la nostalgia indie di cui sopra.
Uno dei grandissimi meriti di Colapesce e Dimartino è, non a caso, la leggerezza. Una chiave che rende poetico il contrasto tra il delicato tema della depressione e la naturale voglia di spensieratezza, una piacevole risata scaturita dalla grande ironia stralunata dei due. Come quando presentano i rispettivi brani solisti in scaletta lanciandosi caustiche critiche o quando svelano il “losco mercato” delle sedie in parterre architettato da Brunori, ovviamente presente e complice. D’altronde, basta prendere a esempio I mortali live movie per entrare in sintonia con belle canzoni, suonate bene, e comicità.

Insomma, oltre al tormentone c’è di più. In primis, uno spettacolo elegante dove luci, musicisti e scaletta sono amalgamati alla perfezione. Ci sono emozioni alternate, dagli occhi lucidi ai singalong. Ma, più di tutto, ci sono le canzoni: belle, bene arrangiante ed eseguitea ancora meglio.
Saremo per sempre debitori verso Lorenzo e Antonio perché, in un momento difficile come quello da cui stiamo cercando di uscire, ci hanno fatto ballare col sorriso e cantare versi profondi. Un errore del sistema, per usare un loro verso, o, scomodando David Byrne: «Feet on the ground, head in the sky».
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