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7.3

Ha fatto sempre girare un po’ le palle Cody Chesnutt. Perché dopo un disco incredibile (in tutti i sensi) come The Headphone Masterpiece – parliamo di 36 pezzi tra hip-hop, psych, folk, soul, funky e anche qualche spruzzatina di krautrock – non possono passare 10 anni. Che vuol dire aspettative azzerate ma credibilità immacolata: perché se dopo un album del genere e un pezzo (il re-work della sua The Seed con i The Roots) che potrebbe aprirti le porte del successo, scompari e ti fai le tue cose per dieci anni senza nemmeno guardarle quelle porte, vuol dire che o sei matto o del Dio Danaro non è che ti importi poi molto.

L’attesa stavolta è stata meno geologica, e di anni dal sophomore Landing on a Hundred (che pure mandava di nuovo in sollucchero il buon Solventi) ne sono passati “appena” cinque. Tra suggestioni cristologiche e una tracklist al solito schizofrenica (pezzi da quasi 8 minuti e abbozzi di neanche 2 si danno di nuovo la manina), la sensazione è quella del vecchio amico che sparisce per anni – nel suo caso, letteralmente – ma poi quando torna è sempre lui e gli vuoi ancora un mondo di bene. Perché proprio ora? Boh, è venuto ora e basta, come ci ha detto lui stesso quando lo abbiamo intervistato.

Rispetto alle sfoglie soul del precedente qui la patina torna ad irruvidirsi. La palette è di nuovo trasversale e onnivora, da ritmiche afrobeat (Africa the Future) a funky pop che partono morbidi e orecchiabili per poi perdersi in divagazioni non subito comprensibili (She Ran Away). C’è spazio addirittura anche per la ballata house in Peace (Side-by-Side) o per il cazzeggio reggae da spiaggia in Shine on the Mic. Quello di Cody che ancora una volta conquista è che continua a farsi solo e unicamente i cazzi suoi. Non c’è una concessione modaiola, non un ammiccamento, non un segnale che negli ultimi 15 anni non sia vissuto da completo recluso con le orecchie tappate e gli occhi ben chiusi. Ancora una volta questo è il disco di una monade che ha però ben chiaro quale sia la sua musica e come voglia condividerla con il resto del mondo. Non è un isolamento autistico, ma una verginità artistica garante di una sincerità totale e incondizionata. Che bello.

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