Un’espressione libera, sincera e indipendente. Intervista a Cody ChesnuTT
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Luca Roncoroni
- 1 Giugno 2017
Una produzione centellinata (tre dischi in quindici anni) e fuori da qualsiasi logica di mercato, ma soprattutto una sincerità cristallina che lo ha sempre collocato credibilmente ben distante da qualsiasi sirena commerciale. Cody ChesnuTT ha sempre fatto quello che gli pareva e come più gli andava. Non fa eccezione il suo nuovo lavoro, My Love Divine Degree (che trovate recensito qui da chi scrive), programmatico e concettuale sin dal titolo. Lo abbiamo raggiunto, pacato ed educatissimo, al telefono, per una chiacchierata poche ore prima della sua esibizione a Bologna.
Hai dichiarato che questo nuovo disco è incentrato sul concetto di amore. Che tipo di amore intendi?
Un amore divino, quindi nella sua accezione più alta. È una cosa che mi è stata ispirata da un libro intitolato The Aquarian Gospel of Jesus the Christ. Nella storia, in una delle sue varie identità (accounts), Gesù è in Egitto a studiare le possibili declinazioni dell’amore, di cui la più alta possibile è proprio quella divina. Qui è intesa come amore al servizio dell’intera umanità.
Le tue tempistiche di pubblicazione non sono state mai troppo convenzionali, vedi i dieci anni intercorsi tra The Headphone Masterpiece e Landing on a Hundred. Questa volta la cosa sembra un po’ più gestibile…
Sì, non è che ci sia un motivo particolare. Non ho mai mai pianificato la pubblicazione di materiale, semplicemente accade quando deve accadere, quando ho idee e cose da dire attraverso la musica. Questa volta è stato un po’ prima di dieci anni [ride, ndSA].

So che suoni sia la chitarra che la batteria. Come procedi nella composizione di un pezzo?
Può succedere in diversi modi. Può partire anche da una frase, oppure da una melodia, ma non c’è un approccio fisso che utilizzo sistematicamente. A volte inizio semplicemente a canticchiare una melodia o un verso, e tutto parte da lì. Quando questo succede, di solito la struttura ritmica è poi subito pronta. Può anche capitare che mi arrivi tutto insieme, e nella mia testa suoni già il risultato complessivo. Magari strimpello semplicemente un accordo alla chitarra e viene tutto di conseguenza. Viene, e basta.
Attualmente r&b e soul stanno vivendo una seconda giovinezza, ma tu – che pure sei circoscrivibile in quel giro lì – sembri scansare qualsiasi tipo di trend e continui a seguire il tuo percorso…
Sì, assolutamente. È qualcosa che ho sempre voluto fare, e che è iniziato già nel mio primo album, quando non avevo voluto fare nulla che seguisse quello che ai tempi andava per la maggiore sul mercato. Lo trovavo limitante rispetto alla mia visione artistica, a quello che volevo esprimere e a come volevo farlo. Quindi faccio ciò che sento, prescindendo da qualsiasi “standard industriale”. È un’espressione libera, sincera e indipendente.
La tua musica sembra in un certo modo venire direttamente dall’hip hop – penso anche alla tua collaborazione con i The Roots per The Seed…
Sì, è una cosa che mi viene da definire naturale. Sono anch’io un prodotto dell’hip hop, gravitavo in quell’orbita. È una parte dell’energia che porto nella mia musica. La libertà, il fraseggio, le cadenze, ma soprattutto il senso di urgenza che attraversa l’hip hop sono tutti elementi presenti anche nella mia musica. È un processo naturale di osmosi che si estende anche alla soul music, al gospel, insomma a tutte quelle forme tradizionali di espressione musicale.
Scorrendo la tracklist del tuo nuovo disco sono rimasto colpito soprattutto dal titolo Africa the Future…
La canzone è stata ispirata da alcune persone che ho incontrato nel corso dei miei viaggi. Girando in tour ho l’occasione di conoscere gente da tutto il mondo, con background artistici diversi. Quando mi trovavo in Francia ho incontrato un paio di persone che facevano parte di un collettivo chiamato Africa the Future: quello che facevano era prendere le copertine di vecchie riviste dal passato e re-immaginarle in chiave africana. Quindi sulla copertina di Life ci piazzavano un astronauta africano, e altre cose simili. L’idea è di domandarsi come l’Africa veda sé stessa, e inoltre c’è questo grande incontro tra persone provenienti da mondi diversi: moda, musica, ecc. Ci si chiede poi come l’Africa si immagini in futuro, invece di adagiarsi sul solito negativismo distorto che ha caratterizzato il continente lungo tutta la sua Storia.
Hai in programma due date in Italia, a Bologna e Roma (rispettivamente il 1 e il 2 giugno)…
Esatto. Non è la prima volta che suono qui, ci sono stato anni fa con i The Roots e poi ho suonato due volte a Milano e altre due o tre a Roma. In effetti sono stato in Italia parecchie volte. Non ho vissuto questo Paese abbastanza, avendolo sempre visto all’interno di un tour e dovendo quindi fare “in&out”. Ma le esperienze che ho fatto qui sono state tutte molto piacevoli.
