Recensioni

6.8

Se James Blake è (stato) il capitano della cosiddetta post-dubstep, è indubbio che la R&S stia facendo man bassa di tutti gli amici del circondario del producer londinese. Ad aprile abbiamo recensito il debutto lungo del trio r’n’b/soul Vondelpark tra tastiere dreamy, chitarre pastello di marca glo-fi e vocalizzi Sade, tutto basato sulle rotondità e la coerenza d’insieme; a maggio la label belga sforna l’intingolo folk elettronico del duo Cloud Boat, tutto graffi wave e carezze dream; a giugno arrivano gli wonky beat di Rob McAndrews in arte Airhead, debutto sulla lunga distanza (assieme a quello di Cloud Boat) legato all’amicizia con il lonley boy degli anni dieci per eccellenza.

Il lavoro più interessante è quello della coppia formata da Sam Ricketts (chitarra) e Tom Clarke (voce). Book Of Hours, uscito per la sister label della R&S Apollo, fonda la sua forza su un set acustico per chitarra e voce e sample/ritmi facilmente riproducibile dal vivo e pertanto pensato dal principio in questo modo. Gli elementi suonati e la voce sono predominanti, l’elettronica strategicamente si posiziona a contorno o si rende protagonista di alcune parti (a comparsa o in coda) che possono assumere i contorni noir degli XX o i beat sincopati dei Mount Kimbie, fino a toccare le librerie tipiche della folktronica. Così configurato lo scacchiere presenta pedine interessanti: in Youthern fanno capolino l’intimità di un The Weeknd ma anche i cori estatici delle ballad country del mainstream di questo biennio (che ritroviamo un po’ bolse in Kowloon Bridge), Lions On The Beach (debutto assoluto del duo originariamente pubblicato nel 2011 su una compila R&S, IOTDXI) mescola chitarre dream-wave a un tappeto 2 step dalle parti di Burial, un paio di lentoni come Bastion e Dream si calano con dignità nei blakeismi tanto in scrittura quanto negli spazi sonici, con tanto di strofe tra solitudine e risciacqui bass (e ancora Jamie XX o Mount Kimbie come riferimenti). L’episodio più toccante rimane la wave soul per beat spezzati Wonderlust (il singolo che ha anticipato l’album), il difetto più evidente risiede nel calore un po’ scontato di alcune soluzioni canore.

Differente ma non distinto – e sempre in zona Blake, quest’ultimo presente in una traccia (Knives) ma anche scomposto e filtrato in numerose altre – è l’esordio dell’amico, oltre che chitarrista live del musicista, McAndrews, dove a farla da padrone sono cut up di voci, fluttuanti wonky beat (anche qui in abbondante debito verso la folktronica) e un filo di post-rock, tag omnia che, dall’Islanda (il singolo Autumn che ricorda tanto Mùm quanto Mice Parade) al Canada (la R&S parla di Stars Of The Lid e Godspeed You! Black Emperor ma difficilmente ne troverete traccia) possiamo spenderci anche per i Cloud Boat.

Per farla breve – e con un pizzico d’ironia – Airhead, chitarrista/producer ammanicatissimo che ha collaborato con Brian Eno e si è fatto conoscere già nel 2010 con alcune produzioni per la Brainmath, porta Blake a Los Angeles a farsi una fumata d’oppio (Milkola Bottle, Pyramid Lake), cerca di fidanzarlo con l’incantevole fatina di Reykjavík di turno (vedi gli espisodi con i feat. femminili come Milkola Bottle), per spingerlo, alla bisogna, in pista (la spugnosa techno sul filo di Caribou e Four Tet di Fault Line). Il risultato è volutamente laboratoriale con svariati spunti interessanti e momenti d’incanto. Il clou, guarda caso, è il pezzo con il solito James, la conclusiva Knifes, molto 60s lounge angolata jazz.

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