Recensioni

I Vondelpark arrivano al full su R&S dopo due promettenti EP (Sauna, del 2010 e NYC Stuff and NYC Bags del 2011) e qualche singolo recuperabile su compilation underground. Il loro sound si accoda al carrozzone indie-soul post-dubstep che gruppi come The xx o musicisti come James Blake e The Weeknd hanno codificato come ‘il’ genere post-2010.
Il plus del trio londinese prevede qualche ammiccamento al soul tout court (vedi i pesanti rimandi alle esperienze ’80 di Sade in Blue Again), al glo-fi di Washed Out (tutta la texture di Lewis Rainsbury è sovrapponibile alle timbriche di Ernest Greene) e a un feeling retrò che ripesca le atmosfere intimiste di Face Value di Phil Collins (Dracula). Il ripescaggio dei padri nobili è sincero e codificato sapientemente nel limbo cool dell’ambient atmosferica che accontenta sia l’hipster infoiato per le tastierine (Matt Lawrenson usa il sempre più pervasivo Juno 6), che il clubber over 35 in revisionismo IDM.
Anche se la proposta non ha (e non può avere) praticamente nulla di innovativo (non da ultimo il rimando ad Ariel Pink nella conclusiva Outro 4 Ariel o il sentore à la Smiths negli arpeggi di Quest), Seabed resta comunque un buon prodotto, looppabile e senza troppe pretese. Il grosso neo che questa tipologia di dischi inizia a manifestare è che si punta troppo alla perfezione del suono e del montaggio, lasciando da parte l’anima. Il mosaico del nu-soul successivo alle esperienze del dubstep diventa così un po’ troppo gelido, un affare apprezzabile a fondo solo da producers e/o nerd dell’hi-fi. Spogliando le canzoni del quid ‘human’ si rischia di diventare solo buoni copisti. Qualche piacevole repeat da cima a fondo, ma nulla di più.
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