Recensioni

Nell’ultimo ventennio il cinema di Clint Eastwood sembra aver preso a suo emblema principale la figura del sopravvissuto. Alla barbarie di una guerra (il dittico Flags of Our Fathers/Lettere da Iwo Jima), alle ingiustizie e i disastri del quotidiano (Hereafter, Million Dollar Baby) o all’insolito, l’imponderabile (Changeling, Space Cowboys). Negli ultimi anni lo sguardo del vecchio regista si è focalizzato in maniera ancora più ossessiva sulle varie declinazioni che una parola come “eroe” può portare con sé. Dall’eroe di guerra (il Kyle dilaniato interiormente di American Sniper) all’everyman capace di gesta straordinarie (Chesley Sullenberger, detto Sully), dal soldato predestinato e pronto a dimostrare il proprio valore (Ore 15:17 – Attacco al treno) fino all’eroismo pregno di dignità di un uomo che anche alla fine del proprio percorso si rivela capace di ammettere la sconfitta (The Mule). Quello che il cineasta, ormai giunto alla soglia dei novantanni, tratteggia da tutta una carriera è uno sguardo sempre dalla parte dell’uomo, difetti compresi. Il Sully di Tom Hanks andava dritto e deciso contro ogni probabilità, contro perfino l’evidenza di un programma computerizzato, pur di non ammettere (e a ragione) che gli anni della sua esperienza sarebbero stati altrimenti insignificanti. Si trattava di una pellicola dalla struttura semplice e articolata allo stesso tempo: semplice, poiché il pubblico sa benissimo l’esito della vicenda; articolata, perché in mezzo scorre un fiume di critica calibratissimo e teso, un’esecuzione senza tentennamenti e una morale priva (quasi) di ogni artificio retorico.
Da questo punto di vista, Richard Jewell è un’opera molto simile a quella del 2016, solo che stavolta al posto dello statuario e inflessibile Hanks, troviamo il bonario agente della sicurezza pubblica di Paul Walter Hauser (bravissimo), che sogna di diventare un agente di polizia (e magari farsi strada nei servizi governativi). Richard Jewell è un uomo devoto alla legge americana (così come Eastwood), incapace di accettare di essere stato raggirato da quei sistemi che invece dovrebbero avere al centro della propria missione la difesa ultima del cittadino americano. Richard Jewell è l’uomo che non ha eccelso in quasi nessun ambito della vita (a eccezione dei rapporti sempre gentili tra amici e famigliari), la cui totale dedizione a una passione può elevarlo oltremisura. Richard Jewell è l’America che va a dormire la sera pensando di essere protetta e si risveglia con l’orrore dell’11 settembre, dell’attacco in Iraq, dell’attentato a Qasem Soleimani. Richard Jewell è la dimostrazione che per Eastwood non esistono “eroi minori”, ma solo storie che vale la pena raccontare, che riescono a veicolare un pensiero più che un messaggio politico, dal carattere profondamente umano, di modo che il cittadino americano (e non solo), anche quello più rigido nelle proprie idee, cominci a mostrare ombre di dubbio, che si interroghi sul sistema in cui vive. Quella attuale, infatti, è una realtà ben peggiore di quella rappresentata, perché indubbiamente il 1996 non è il 2019. Le falsità sono all’ordine del giorno, e cos’è Richard Jewell se non un grande trattato americano sulla meschinità delle fake news e di come queste riescano a diffondersi a macchia d’olio senza uno straccio di prova a supporto.
A Eastwood non interessa la verità. O meglio, ci sono casi in cui è talmente palese che questa rischia di essere schiacciata per eccessiva sicurezza in certi sistemi viziati. Esattamente per questo, la struttura della pellicola non lascia margine di dubbio sull’innocenza del protagonista, nonostante gli evidenti difetti comportamentali vengano sbandierati sotto i nostri occhi. Il nemico, in questo caso, non è il governo americano, ma – e qui torniamo sempre all’uomo al centro delle istituzioni – «gli idioti che lavorano per esso», come dice l’avvocato interpretato magistralmente da Sam Rockwell, che non costruisce nessuna articolata strategia per salvare il proprio cliente che non sia quella riaffermazione a più riprese di un’innocenza palese e incontrovertibile. È probabilmente per questo e altri motivi evidenti che non ringrazieremo mai abbastanza Clint Eastwood e non ringrazieremo mai abbastanza il suo cinema, capace come pochi altri di restituire pienamente la dignità dell’essere umano e fomentare una rara forma di empatia da parte del pubblico, al di là di ogni appartenenza ideologica o politica. Tell me your story, I’ll tell you mine…
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