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Il suo ultimo lavoro ci aveva lasciato il ritratto di un uomo coraggioso, ma umile e ancorato a quello stile di vita tipicamente americano e a quel modo di pensare fermamente legato alle proprie convinzioni; un ritratto misurato, composto e ragionato su un vero eroe americano. Perché in Sully, Clint Eastwood ritrovava un vecchio amico, portatore di valori molto affini a quelli del regista, con cui poter condividere la propria visione del mondo senza risultare didattico o, peggio, retorico. Nulla di quella sottile metafora sull’America e i suoi tormenti è possibile rintracciare in questo Ore 15:17 – Attacco al treno, il cui parente più prossimo è invece da rintracciare in American Sniper, ma del quale spiace non registrare la medesima costruzione della tensione cinematografica. Affidandosi al barcollante e prevedibile didascalismo della sceneggiatura di Dorothy Blyskal (al suo esordio nella scrittura per il cinema, e si vede), Eastwood non riesce a contenere l’enfasi forzata, la retorica ridondante, il racconto moralista sui lati migliori del tipico soldato che sceglie di servire il proprio paese al fine di trovare un posto nella società e nel mondo.

Tratto dall’autobiografia The 15:17 to Paris: The True Story of a Terrorist, a Train, and Three American Heroes di Jeffrey E. Stern, Spencer Stone, Anthony Sadler e Alek Skarlatos, la pellicola racconta l’eroico gesto di tre turisti americani a bordo del treno Thalys diretto a Parigi il 21 agosto 2015. I tre riuscirono a neutralizzare un terrorista che aveva in suo possesso un’arma da fuoco e oltre trecento proiettili con l’intenzione di provocare una strage. Prima dell’evento clou, viene raccontata la storia di tre semplici ragazzi americani, con i loro sogni e le loro ambizioni ridimensionate dalla vita, a partire da quando si conobbero ai tempi della loro infanzia.

Non vi è dubbio che la costruzione drammaturgica non sia priva di un fascino intrinseco, soprattutto derivante dalla modalità del racconto: invece che intervallare l’atto eroico con flashback volti a immergere lo spettatore nell’infanzia e nella crescita dei tre protagonisti, si usa il procedimento inverso, ovvero intervallare un racconto cronologicamente lineare da alcuni brevi flashforward. Ciò che più delude è il modo in cui procede questa alternanza: il concetto di predestinazione che sembra permeare le azioni dei protagonisti – interpretati in maniera nient’affatto efficace dagli stessi veri autori del coraggioso gesto – è fin troppo sbandierato e costruito a tavolino per suscitare una sincera ammirazione, anzi, puzza terribilmente e sfacciatamente di propaganda, un american way of life anacronistico e per di più viziato dall’assenza di lati d’ombra (quest’ultimi, invece, erano più che presenti in American Sniper e abbondavano in Sully).

Una messa in scena così smaccatamente svogliata rende quasi impensabile che alla regia possa esserci un gigante quale Clint Eastwood e pare più il frutto di un lavoro frettoloso, volto a consolidare nella memoria un gesto molto recente prima che questo finisca nell’oblio, che figlio di una spontaneità ricercata negli ambienti. Ad aggravare il tutto, pensa anche una ripetitiva quanto stereotipata rassegna di luoghi comuni nel segmento dedicato alla vacanza in giro per l’Europa: dalla pizza italiana consumata a Roma e Venezia ai fiumi di birra e vita in discoteca di Berlino (più il ritratto imbarazzante di uno strafatto viaggiatore proveniente, neanche a dirlo, da Amsterdam). A mantenere in piedi (pur barcollando) la baracca, pensa il comparto tecnico fatto delle persone più fidate che il regista si porta dietro ormai da svariati anni, dalla fotografia di Tom Stern, al montaggio di Blu Murray, fino alle delicate composizioni di Christian Jacob.

Un trascurabile passo falso per amore dei propri compatrioti che facilmente perdoneremo al vecchio Clint, che quasi certamente avrà ancora occasione per riscattarsi nel vociferato The Mule.

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