Recensioni

Chiariamo subito: Train Dreams – uscito su Netflix il 21 novembre 2025 dopo il debutto al Sundance Film Festival – è un film visivamente affascinante. È quasi impossibile non restare colpiti dalla fotografia di Adolpho Veloso, dal modo in cui cattura i paesaggi maestosi della foresta del Pacific Northwest, dalla contemplazione meditativa della natura.
Tuttavia, proprio questa tipo di bellezza contemplativa è anche il tallone d’Achille dell’opera: il regista Clint Bentley sembra erigere un’epopea silenziosa fatta di frammenti di vita quotidiana, ma il suo linguaggio visivo si avvicina così tanto a quello di Terrence Malick (con la macchina da presa liquida che fluttua tra alberi, radici, luce dorata e ombre) e a quello di Kelly Reichardt (nella lentezza, nel ritmo misurato, nelle sequenze di lavoro quotidiano) che a tratti si ha l’impressione di assistere più a un omaggio che a qualcosa di veramente originale.
Eppure, proprio nel tentativo di trasformare il quotidiano in epica, il film perde spesso la bussola e smarrisce una visione d’insieme che sia in grado di restituire il peso indescrivibile che la storia americana ha avuto sulla vita di milioni di persone: come il Robert Grainier protagonista di questa storia scandita dalle musiche di Bryce Dessner, quella di un uomo relegato ai margini di ciò che succede attorno a lui, impotente di fronte alla marcia del progresso.
Su questo piano, la performance di Joel Edgerton è indubbiamente il cuore pulsante del film. Con pochissime parole (o addirittura nessuna) riesce a rendere la profondità di un uomo che lotta tra amore, perdita e senso di colpa. Le sue espressioni, i gesti misurati, il silenzio: tutto comunica un’interiorità potente e dolorosa. Nel quadro più ampio della narrazione, è un uomo che lavora nelle ferrovie, abbatte gli alberi, contribuisce al “progresso” che distrugge la natura, e che, pur nella sua impotenza, finisce per incarnare la figura dell’innocente sacrificato, non tanto come vittima, quanto come testimone passivo del violento avanzamento del capitalismo (come evidenziato anche da Bentley nelle interviste, è evidente il riferimento ai temi dell’ambientalismo e del “time theft” del lavoro).
In questo senso, Train Dreams sembra quasi chiedere perdono per i crimini dell’America industriale tramite la pietà per il suo protagonista. Non mette in scena molti altri attori coinvolti nel “conflitto”: le ferrovie, la deforestazione, la violenza strutturale sono sullo sfondo, mai messe direttamente in discussione o affrontate con forza morale. Il sacrificio interiore di Grainier diventa allora la sola lente attraverso cui guardare la “storia americana”, ma resta un racconto essenzialmente privato, dotato di grande lirismo, ma poco radicale.
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