Recensioni

David Lowery è un regista e sceneggiatore autarchico ed eclettico. Noi abbiamo imparato ad amarlo soprattutto grazie a Storia di un fantasma, minimale pellicola di culto del 2017 dove una donna interpretata da Rooney Mara elaborava la perdita del marito ed elaborava in parallelo la percezione del cambiamento applicato al tempo e ai luoghi. In fondo, anche Sir Gawain e il Cavaliere Verde – in originale, semplicemente The Green Knight – è una storia di fantasmi, ed è la trasposizione in parte fedele in parte molto libera, poiché ne ribalta le conclusioni, del poema medievale Sir Gawayn and the Grene Knyght, appartenente alla tradizione romantica inglese.
Distribuito dagli illuminati di A24, di recente coinvolti per horror atipici come Saint Maud e Lamb, oltre che per l’annunciato C’mon C’mon di Mile Mills, e in Italia direttamente disponibile in streaming su Prime Video, Sir Gawain e il Cavaliere Verde è un fantasy che si fa beffe di ogni stereotipo del genere, visivamente scurissimo, onirico e imponente, nonostante sia stato realizzato a basso budget (gli effetti speciali sono di Weta Digital). Che gli occhi si preparino a un’autentica goduria, a una sinfonia di panoramiche mozzafiato (quella nella foresta), roccaforti dalle quali farsi sovrastare o nelle quali perdersi e costumi sontuosi, preparati senza fare ricorso a pelli o pellicce animali.
Una mattina di Natale, a Camelot, Gawain partecipa a una festa alla Tavola Rotonda, interrotta dall’apparizione del misterioso Cavaliere Verde, giunto per lanciare una sfida: chiunque accetti di sferrargli un colpo vincerà la sua ascia – quasi una falce da Tristo Mietitore – in prestito per un anno, a patto che al Natale successivo costui si rechi alla cosiddetta Cappella Verde e si sottoponga al medesimo colpo senza fare resistenza. Sarà proprio Gawain, solitamente ben più interessato a sesso e alcolici, ad accettare contro ogni previsione la sfida, per dimostrare ai suoi familiari e all’intera corte – ma in primis a se stesso – di essere un prode cavaliere. Il peso delle aspettative gli fa affondare il colpo e decapitare il Cavaliere Verde, che si riattacca la testa arborea, ridendosela come niente fosse, e riparte a cavallo in direzione delle sue lussureggianti lande.
I familiari di cui sopra sono lo zio Artù, che gli presta la spada, Excalibur quindi, e la madre Morgana, che lancia l’incantesimo di evocazione del Cavaliere Verde, rispettivamente Re e strega per antonomasia del ciclo arturiano. I personaggi, però, non contano. Quello che conta è unicamente il viaggio, suddiviso in capitoli, intrapreso da Gawain, al quale presta volto e corpo un ottimo Dev Patel (The Millionaire, La vita straordinaria di David Copperfield). Più che di un viaggio, trattasi di un’avventura epica, una quest lungo varie prove da superare: l’assalto di ladri ai quali mostrare generosità, la richiesta d’aiuto di spettri decapitati (la badessa gallese Winifred) ai quali rendere prodemente giustizia, l’ospitalità di castellanti (nel romanzo di origine, Sir Bertilak de Hautdesert è il medesimo Cavaliere Verde sotto mentite spoglie, ma non qui) sposati a dame seduttive ai quali riservare rispetto.
Senza dimenticare passaggi di giganti nude nella nebbia e consulenze di volpi parlanti, a rappresentare il sovvertimento dell’ordine come nel Romanzo di Renart e in Antichrist di Lars von Trier, a confondere ancor di più le carte in gioco. Ogni prova sarà fallita, ogni tentazione sarà un efficace tranello. Gawain è un eroe o è un perdente? Chi è virtuoso e chi malvagio alla fine della fiera? La felicità è da ultimo possibile se si rinuncia ai propri principi morali? L’happy ending è un’esistenza costellata da catastrofi inevitabili o il trapasso accettato con onore? Allo spettatore, il compito di elaborare e trarre conclusioni.
Sir Gawain e il Cavaliere Verde è da rivedere più volte, fortemente allegorico, farcito di what if e flashforward (lo snodo finale ruota attorno alla cintura di seta verde donata a Gawain dalla madre, garanzia di immortalità: tenerla e sopravvivere, oppure togliersela e perire?), figure doppie (il Premio Oscar Alicia Vikander è sia l’amante Essel sia la dama del castello), stagioni che si avvicendano al pari della vita e della morte, tradizioni della nobiltà cristiana opposte a magie pagane, easter egg (la scena dopo i titoli di coda suggerisce che un miglior futuro è donna?).
E ovviamente imperversa il colore verde – a scaldarsi via via che ci si avvicina alla Cappella del Cavaliere, che da parte sua probabilmente chiede soltanto il conto a un’umanità invasiva – quale simbolo della natura e dell’ulteriore chiave di lettura ecologica della pellicola, non a caso al centro di un monologo di Lady Bertilak: «il verde è il colore della Terra, degli esseri viventi, della vita. Di verde rivestiamo le sale e tingiamo le stoffe, ma se lo vediamo crescere sui ciottoli lo rimuoviamo in fretta e furia. Quando ci sboccia sottopelle, lo facciamo uscire, e quando noi, tutti insieme, scopriamo che la crescita ha ecceduto la nostra tolleranza, lo tagliamo, lo estirpiamo, ci adagiamo sopra di esso per schiacciarlo col nostro ventre, ma poi torna». Poco ma sicuro che Sir Gawain e il Cavaliere Verde, multi-livello nelle gesta narrate e nelle sue interpretazioni, è un film al quale è impossibile sottrarsi quest’anno. Vi farà senz’altro perdere la testa.
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