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7.4

Attacca Eternal Draw, tutta funkettone polveroso, poliritmi iridescenti e visioni acide, e sembra di essere tornati ai tempi gloriosi della Italian Occult Psychedelia, almeno quella più svarionata sul versante etno‑free(k) tipo La Piramide di Sangue, ma in In the Belly of the Eternal Draw, secondo album lungo di questo quintetto padovano Citrus Citrus (Lorenzo Badin: guitar, setar, sitar, keys, duduk; Marco Buffetti: drums, keys, synthesizers, vibraphone, percussion; Enrico Maragno: bass; Thomas Powell: vocals, keys, synthesizers; Luca Zantomio: guitar, saz) c’è molto di più.

Ovviamente, si sarà intuito, è l’amore per suoni “etno” provenienti prevalentemente da sud e da oriente, vicino come lontano, rispetto al nostro mondo eurocentrico a farla da padrone, ma i Citrus Citrus, un po’ alla maniera di altre formazioni che si sono mosse recentemente su questi territori sonori come C’mon Tigre, I Hate My Village o per certi versi, e per rimanere in casa Bronson, Cemento Atlantico, inglobano molti altri input e li risputano fuori ben metabolizzati.

Così convivono ipotesi traditional folk giapponese, come in Irace del Capo, propulsioni electro‑wave alla maniera degli Snapped Ankles, come avviene nella seconda parte di una Sushi Sushi a forte trazione ritmica e piena di slanci da jazz-rock poliziottesco, e quella specie di scazzo melodico che segnava tanto baggy sound prima del baggy sound, come in Let Me Churn, qualcosa di stranamente ibridizzato pescando da kraut, Stone Roses, scazzo british e Cornershop. Robe che in teoria non dovrebbero entrarci molto con l’asse sonoro privilegiato dal quintetto, eppure permettono a questo In the Belly of the Eternal Draw di mostrarsi vario e mobile, fornendo all’album molte vie di fuga e all’ascoltatore molti possibili ingressi.

Come fosse una sorta di labirinto borgesiano in sedicesimo o di caleidoscopio magico, ogni traccia è un percorso a spirale, ogni movimento uno specchio che rimanda ad altro, ogni nota una possibile chiave di lettura stratificabile in tantissimi layers quanti sono quelli che compongono una realtà così complessa qual è il nostro mondo. Tutto ovviamente trattato sia con intento destrutturante, ossia arrivare al cuore della struttura e riassemblarla, con impulso psichedelico, ovvero mostrare cose che all’orecchiocchio sfuggono, e con incedere ipnagogico, c’est a dire tutto piacevolmente sfocato e liminale. Lavoro ottimo.

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