Recensioni

Si fa presto a parlare di it-pop adesso che l’indie non è più un prodotto squisitamente indipendente e si rischia di fare confusione nel categorizzare sotto la stessa bandiera artisti diversissimi tra loro. Ammesso e non concesso che il vasto successo di Calcutta abbia spalancato le porte ad un modo nuovo (ma vecchio) di fare musica in Italia e abbia creato un’inevitabile schiera di cloni più o meno validi, resta il dubbio che sotto quei dagherrotipi qualcosa di nuovo si stia davvero muovendo. Non solo copie carbone quindi, ma anche tanto lavoro e passione per questa professione.
Ancora meglio è il nuovo disco di Cimini, cosentino come Brunori (sembra siano state proprio le parole di quest’ultimo a rinfrancare il suo spirito disilluso dopo lo stop che seguì l’uscita del secondo disco) e bolognese d’adozione come Calcutta e Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale (che di questo album ha curato chitarre e parte dei testi). Un piccolo compendio di canzoni pop deliziosamente radiofoniche che a Sanremo, ad esempio, avrebbero funzionato alla perfezione (non ce ne vogliano i The Kolors). Cimini ci parla di temi esistenziali e spinosi in maniera accessibile e diretta, e senza scorciatoie furbette: relazioni amorose, speranze, futuro, ricordi. Sensazioni che toccano il lato più tangibile dell’anima di ognuno di noi.
Il tratto distintivo del cantautore cosentino è un certo citazionismo intelligente: da Calcutta (La legge di Murphy, Una casa sulla luna) a Canova (Spotless) fino agli Ex-Otago (Fare tardi) la sensazione è quella di una rielaborazione sui generis non solo di sonorità ma di un intero momento storico. Calato nel presente, il Nostro si fa (o almeno prova a farlo) portavoce di un disagio generazionale (e musicale per estensione) che molti tendono a negare. Nonostante le velleità filologiche di Cimini che gli valgono una sufficienza abbondante, l’operazione non riesce del tutto e Ancora meglio rimane bloccato nello Stargate a metà tra passato e presente. Impossibile non segnalare il brano di chiusura Vivere non mi basta, un emozionante gioiellino d’autore che da solo merita mezzo punto in più.
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