Recensioni

7.2

Devo dire che senza il coniglio che parla in rima, abito di scena sotto cui si nascondeva Alberto “pernazza” Argentesi nelle serate del Chiambretti Show, gli Ex Otago si ascoltano con meno frenesia da scarto, e non che mancassero di ghiribizzo anzi, a ritroso, si direbbe il contrario. Ne piglio uno a caso, come sia sia: Mezze stagioni di 3 anni fa, pieno di ironia italiota e sguardi tropicali, espresse un bel salto rispetto alle origini, quelle di The Chestnuts Time o Tanti saluti, riuscendo a piazzare il gruppo su qualche rampa di lancio.

Li ritroviamo ora senza il Pernazza, salutato due anni fa, e con tanta voglia di vagare. E sì che è il termine appropriato, “vagare” (vedi anche “naufragare” per gli amanti di Leopardi e…della vela, mi vien da dire), sarà un verbo che scappa fra le labbra, come una nuvola di Haring in mezzo al cielo glauco, per caso, mentre ascolto In capo al mondo del quintetto genovese. C’è meno Genova, però, in queste nuove produzioni, e non è un elemento da prender sotto gamba; la lezione di tre anni fa si riconferma da un punto di vista compositivo (precisione dei toni, fissaggio delle idee) e i testi fanno il solito outing di spensieratezza (Amico bianco, brano di fuga e karma, Gian Antonio, brano di ebbrezza narrativa e fancazzismo) e sentimento, poco più in là di un provincialismo che sale e scende come un gavitello a 300 metri da riva.

I Nostri si distinguono – se ancora può valer qualcosa – per l’uso del ritmo rocksteady, con gioia di fiati e giochini a ornare le linee di basso, per il temperamento esotico che non smette mai di ammiccare quasi come a prenderti per il deretano à la Cochi e Renato, tanto per dare un’idea (Il ballo di Nicola), per calambour e gigioneggi in levare che sanno e non sanno di Police (Nuovo mondo, dal tono reggae-baroque, Giovane estate, che vale un abbozzo di corsivo) o per i ricamini canterburiani nazionalcaraibici (Gian Antonio).

Queste sono squame che gli Ex Otago hanno quasi sempre avuto e quest’ultimo lavoro, di riffa o di raffa, annota pochino al già partorito prima. Però mica è facile reggere così ben dritta la barra in tempi di levatacce e mareggiate! Che credete? S’inventano un pezzo chè è meravigliosamente intarsiato nei megahertz da stereo come Foglie al vento (e qui Leopardi si sarebbe sfregato davvero le mani, se solo avesse avuto una radio) e un’intima laguna come La ballata di Mentino, che vale da sola parecchia zazzera in giro per l’aere. Cosa volete ancora, il sangue? 

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