Recensioni

Quando è uscita la notizia che David Lynch avrebbe annunciato a breve un nuovo progetto, chi non ha sperato in cuor suo che si trattasse di cinema è un bugiardo. Ma se per il successore di INLAND EMPIRE ci sarà ancora da aspettare – o da mettersi il cuore in pace – e forse sarà presto per un nuovo capitolo televisivo, qualcuno si sarà consolato nel sapere che il progetto annunciato corrispondeva al terzo disco di Lynch e Chrystabell.
Restiamo convinti che This Train sia il risultato più alto raggiunto dal regista nelle varie incursioni musicali degli ultimi vent’anni. Tra gli strumentali di Blue Bob e i dischi da “cantautore”, il songwriting di quell’album stacca di almeno un gradino il resto di quella produzione, e Chrystabell era ed è tuttora la candidata ideale per dare voce fisica all’immaginario più completo dell’artista americano (Lynch non è soltanto uomo di film ma anche di molte altre cose). Discorso speculare per la cantante texana: in tandem con Lynch sembra anche lei dare il meglio. La loro collaborazione è addirittura più stretta di come la ricordavamo se è vero come scrive The Wire che è la stessa Chrysta Bell Zucht (vero nome) a gestire adesso gli studi di proprietà di Lynch dove il disco è nato.
Cellophane Memories, che arriva molto tempo dopo il già citato This Train e il mini album Somewhere in the Nowhere, è chiaramente il lavoro più sperimentale del duo. A tratti ostico, spesso inafferrabile, potremmo azzardare persino il più assonante nella forma, e non solo nelle atmosfere, al cinema lynchiano più temerario e surreale. La genesi è stata proprio visiva prima ancora che sonora: durante una passeggiata notturna nei boschi Lynch ha visto una luce dall’alto e l’ha associata alla voce della sua fidata cantante. La voce, ma potremmo dire le voci: non c’è pezzo tra questi dieci in cui le tracce vocali non si sdoppino o addirittura triplichino in disegni flottanti pieni di quelle velature e trasparenze sottili evocate dal titolo dell’album.
Forma curiosa e affascinante di psichedelia vocale che si intona in maniera fantastica – e pure un po’ fantasmatica – al minimalismo sinfonico delle armonie – in She Know, The Sky Falls, Too Much Love – oppure inventa moderni madrigali su trame lasche di accordi o arpeggi chitarristici di gusto “slow core” (I Know The Rest e Two Lovers Kiss). Sfumature tra il contrasto velato e il ton-sur-ton sotto cui si annidano ineffabili misteri e sogni, melodie cangianti e quasi mai lineari che si cullano tra estasi romantica e vibrazioni dark.
Sublime Eternal Love, il pezzo più strutturato da canzone, pur nella sua trama circolare e rarefatta, e The Answers to the Questions, la ballata elettroswing che è l’unico brano a esibire una sorta di groove – anche se il ritmo è lento e pausato non meno delle partiture di chitarra dei brani precedenti –, sono le sole concessioni a una musicalità apparentemente più piana e “pop”, in un insieme dove prevale un andamento evanescente e suggestivo. Un’idea di musica – potremmo chiamarlo dream pop “astratto” – che si irradia in modo intenso ancorché sfuggente in uno spazio sonico-immaginifico tipicamente lynchiano, riconoscibilissimo e affascinante, tra cui non mancano neppure gli echi del lavoro con Angelo Badalamenti (ci sarebbe la mano del bravissimo e compianto compositore in alcuni di questi pezzi), rielaborati in questa nuova chiave. Non è un film, ma è un po’ come se lo fosse.
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