Recensioni

«Fuck you, Tammy!», inveiva spesso e volentieri la scorbutica Diane in Twin Peaks – The Return, rivolta all’agente dell’FBI Tammy Preston impersonata da Chrysta Bell, che si ritrovava così a condividere molte scene al fianco dello stesso regista David Lynch, a sua volta nei panni dell’alter ego Gordon Cole. Lynch, d’altronde, ha sempre speso elogi per l’eclettica artista americana, attrice, cantante e modella: «Chrysta Bell looks like a dream and Chrysta Bell sings like a dream. And this dream is becoming reality», furono le parole impiegate per presentare il suo disco di debutto, This Train, elaborato proprio fianco a fianco dopo che la collaborazione aveva preso il via per la colonna sonora di INLAND EMPIRE (accadeva nel brano Polish Poem). Inevitabile, dunque, che certe soluzioni tra dream pop ed electro-blues facessero pensare a tratti a una versione attuale, più fashion, di Julee Cruise.
Il secondo album, We Dissolve, serviva anche per smarcarsi dai riferimenti, dai padri tutelari: John Parish alla produzione per un esito per certi versi più classico e scarno, sin troppo etereo, trainato da strumenti reali e persino dall’inserimento di fiati, con più marcate aperture melodiche e nuance jazz-soul (e ospiti del calibro di Adrian Utley dei Portishead e Stephen O’Malley dei Sunn O)))). Risale invece allo scorso anno l’omonimo EP registrato nelle natie terre del Texas che, assieme alla convincente resa dei concerti, ci aveva fatto ben sperare in un definitivo salto di personalità: e pensare che in copertina Chrysta stringeva una… rosa blu (a strizzare l’occhio alla Blue Rose, task force top secret dell’FBI nel solito Twin Peaks).
Sempre più a suo agio nella meta-narrazione, così come al microfono, Chrysta Bell arriva adesso al terzo passo in lungo con Feels Like Love (l’artwork è di Todd Gallopo, le foto sono di Elias Tahan), realizzato con Christopher Smart, che fa parte della sua band e la supporta in fase di scrittura. Probabilmente è questa scelta che frutta il suo lavoro più a fuoco in termini di definizione del sound (eppure al contempo il più cinematico e anche il più “commerciale”), stemperando la parziale svenevolezza delle ballad del passato in favore di una maggiore darkness. La voce da contralto, avvolgente e morbida, sostiene un tasso elevato di sensualità che galleggia, però, in un maelstrom di inquietudine. Una delle dieci canzoni in programma è la Blue Rose ripresa dall’EP di cui parlavamo prima (tutte le tracce di quell’EP sono a dir la verità qui riprese), a collegarsi a un’ombrosità melò un po’ alla prima Anna Calvi. Il resto della scaletta assicura conferme e piccoli cambiamenti: ne è emblema la Tonight We Rise d’apertura, che – partendo pop-rock blueseggiante – sterza verso vampirici rimandi new wave attuando al suo interno profondi cambi di scenario.
La title track inizia con cupezza sperimentale quasi alla Chelsea Wolfe di Pain Is Beauty, diventando presto «ultrachic dark disco» in grado di mettere d’accordo tanto i fan ballerini della provocante Madonna d’antan quanto taluni dei Depeche Mode: niente di che, ma non male. Red Angel – otto giri e mezzo di orologio – si ispira ad Hans Zimmer con archi enfatici a intrecciarsi all’epicità della progressione digitale, mentre Time Never Dies si collega al tema di James Bond con tanto di sax: l’eleganza è di casa. I singoli: 52Hz, in omaggio alla solitaria balena 52-hertz, ed Everest uniscono orecchiabilità di certo funzionante e mood noir-western, tra la Zola Jesus più immediata e un flirt Dal tramonto all’alba. Do You Think You Could Love Me è esplicita nel suo candidarsi a hit in profumata scia Eighties. Speriamolo pure, che Chrysta Bell adesso diventi sul serio una popstar, speculare magari a Lana Del Rey. Se lo meriterebbe.
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