Recensioni

8.5

Nel capitolo conclusivo Christophe Lebold ci evita l’incombenza di descrivere cos’è questo libro: “in parte biografia, in parte analisi e in parte ode”. In effetti coglie il punto, ma per difetto. Si tratta cioè di un saggio biografico su uno dei più importanti cantautori di ogni tempo, tra i cui pregi c’è quello di rivelare il limite di molti saggi musicali: ovvero, che parlano soprattutto di musica. Di norma infatti tutto in essi – cronaca, aneddoti, contesto, valutazioni critiche… – è funzionale alla missione di dare senso a un percorso musicale, che nei casi migliori coincide con una parabola esistenziale. 

Ma in questo volume Lebold – professore associato all’Università di Strasburgo, dove insegna letteratura, storia dello spettacolo e storia della musica rock – eccede quello schema, travolge il perimetro della saggistica musicale standard per affrontare, come dire, i temi più importanti che la vita dissemina sul nostro cammino (sempre che siamo disposti ad accorgercene). Ci riesce, Lebold, facendo perno su vita e opere – letterarie e musicali – di Leonard Cohen (non poteva scegliere un perno più adatto), che esplora in ampiezza e profondità, individuando connessioni comprovate, presunte e ipotetiche con più o meno tutto quanto (letteratura, musica, cinema, religione, filosofia, arti figurative, misticismo, amore e – beh – sesso, tanto sesso). Tutto ciò adottando un taglio costantemente sul filo tra il lirico e l’ironico, tra gravità e leggerezza, tra oscurità e chiarore, ovvero mettendosi in scia alla poetica – casomai volessimo distillarne una – di cui l’opera di Cohen è imbevuta, potendo oltretutto contare su una qualità di scrittura davvero notevole che fa il paio con le capacità analitiche (sia letterarie che musicali).

Da Westmount, in Canada, dove Cohen nacque nel 1934, a Los Angeles dove morì nel 2016, passando per Idra e facendo tappa un po’ ovunque, Lebold segue avventure e disavventure del “libertario impossibile” (folgorante definizione di Michel Houellebecq) con puntiglio e fervido disincanto, concedendosi digressioni visionarie e balzi diacronici che legano in una trama densa le vicende biografiche, l’evoluzione espressiva e gli sviluppi filosofico/spirituali.

Il cuore del libro sta in una tesi tanto semplice quanto poco rassicurante: Leonard Cohen non va spiegato, va attraversato. Non perché sia ineffabile, ma perché il suo lavoro mette costantemente in crisi l’idea stessa di identità stabile, di coerenza biografica, di progresso lineare. Uno dei primi insegnamenti che Lebold individua è infatti brutale nella sua chiarezza: “non siamo Homo sapiens, ma Homo cadens”. La caduta non è un incidente di percorso, è la struttura portante dell’esistenza, e Cohen lo ha sempre saputo. Da qui discende quello che Lebold chiama, senza attenuarne la portata, un “assoluto realismo”: non l’adesione ai fatti, ma il riconoscimento che “siamo tutti a pezzi”, che il mondo non offre appigli stabili e che l’unica onestà possibile consiste nel non fingere il contrario.

In questa prospettiva, la biografia diventa inevitabilmente un campo minato. Lebold lo dichiara senza infingimenti quando ricorda il consiglio che Cohen diede al suo primo biografo: “Non permettere ai fatti di intralciare la verità”. È una frase chiave, perché smonta ogni tentazione archivistica. I fatti, da soli, non bastano; anzi, rischiano di diventare una distrazione. Per capire cosa significhi essere Leonard Cohen, sostiene Lebold, occorre passare attraverso il momento in cui la vita si trasforma in logos: canzoni, poesie, romanzi. È lì che la verità prende forma, non come confessione, ma come costruzione paziente, artigianale, spesso estenuante.

Da questo punto di vista, l’infanzia borghese e ordinata di Montreal non è un semplice antefatto, ma il laboratorio in cui Cohen impara l’amore per la forma. Lebold insiste su questo aspetto con particolare finezza: l’eleganza di Cohen non è mai dandyismo, ma una disciplina morale, quasi un esercizio filosofico. La forma, che si tratti di un completo doppiopetto, di una strofa metrica o della postura dello zazen, non è un fine, bensì uno strumento per “abitare il mondo con più precisione possibile”. Sapendo però, da buon allievo zen, che ogni forma è vuota e serve solo a rendere visibile, per un istante, il caos che la circonda.

È qui che entra in gioco uno dei nuclei più originali del libro: l’idea di un “linguaggio amplificato”. Cohen, spiega Lebold, riconosce che alcune circostanze della vita richiedono parole e gesti più densi, più carichi di significato rispetto al linguaggio ordinario. La canzone diventa così un atto rituale minimo, un piccolo dispositivo capace di concentrare gravità e leggerezza, disperazione e ironia. Non è un caso che Lebold parli di “canzoni di resistenza personale”: non manifesti politici, ma valzer interiori che aiutano a ricomporre, temporaneamente, un cuore spezzato.

Lebold segue con brillante disinvoltura il pellegrinaggio di Cohen tra religioni, donne, depressioni e illuminazioni, evitando accuratamente ogni tentativo di edulcorazione o edificazione. L’ebraismo, il cristianesimo, lo zen e il Vedanta non sono tappe di un cammino ascensionale, ma strumenti provvisori, forme da abitare e poi lasciare. Quando Cohen si definisce “un turista ebreo nel cristianesimo”, Lebold coglie l’ironia ma anche la serietà dell’operazione: la tradizione vive solo se viene reinventata, tradita quel tanto che basta per restare vitale. In questo senso, l’affermazione iperbolica di essere “il piccolo ebreo che ha scritto la Bibbia” va letta non come arroganza, ma come consapevolezza del lavoro incessante di riscrittura che ogni tradizione richiede.

Uno dei fili più scoperti del saggio riguarda il desiderio, soprattutto quello sessuale, trattato senza moralismi ma anche senza indulgenze. Lebold non nasconde la povertà del maschile che Cohen stesso mette in scena, né la ridicolaggine del seduttore che scopre di essere, in fondo, un’appendice comica del corpo femminile. Il desiderio, tuttavia, non è mai ridotto a patologia: diventa piuttosto una forza impersonale, qualcosa che attraversa l’individuo. Da qui l’idea, appresa dal Vedanta, che non siamo proprietari del nostro desiderio, ma veicoli di un desiderio più grande, che ci usa per desiderare il mondo.

Sul piano musicale, Lebold è particolarmente efficace nel sottrarre Cohen ai cliché. Né vero folk singer, né figlio legittimo del blues, Cohen appare come un troubadour anacronistico, un poeta esistenzialista che canta l’amore cortese nell’epoca dell’amore libero. La presunta tristezza delle sue canzoni viene smontata come un fraintendimento: ciò che Cohen pratica è un realismo metafisico che rifiuta tanto l’epica rock quanto l’ottimismo di maniera. La sua grande dissidenza, osserva Lebold, è l’adesione ostinata al modo minore, a una forma di ribellione che passa per la misura, la precisione, la lentezza. Il che lo rendeva un alieno rispetto al music business, col quale si relazionò in maniera fruttuosa ma anomala (vedi ad esempio i rapporti non proprio lineari con Dylan e Nico, e soprattutto la cronaca delle folli sessioni dirette da Phil Spector, genialmente definito da Lebold come uno che “sogna di essere Wagner ma assomiglia a Paperino”).

Quanto al tema della gravità, cui allude il bel sottotitolo “L’uomo che ha visto cadere gli angeli”, attraversa tutto il libro come una legge fisica e simbolica insieme. Cadere è inevitabile, e tutto ciò che cade si rompe. Ma proprio in questa constatazione si cela una forma di pacificazione. Quando Cohen afferma che il fallimento è la nostra patria, non invita alla rassegnazione, bensì a una rivoluzione copernicana: smettere di considerare la sconfitta come un’anomalia e riconoscerla come il luogo in cui la fraternità diventa possibile. È una lezione che Lebold restituisce senza enfasi, lasciando che emerga dalla trama fitta di episodi, canzoni, intuizioni.

Il finale del libro, dedicato agli ultimi album e alla voce che si fa sempre più profonda, definendo un crooning cavernoso e bruciante, evita la stucchevole retorica del congedo. Cohen non diventa un vecchio saggio pacificato, ma un “professionista della profondità”, qualcuno che ha imparato a convivere con il nero fino a estrarne una luce opaca, per niente consolatoria. Vedi quando racconta l’illuminazione come comprensione dello scherzo cosmico, senza affatto banalizzarne il quid spirituale, ma alleggerendola – nel senso più letterale del termine – per il semplice motivo che Illuminarsi significa pesare meno, smettere di prendere sul serio quella faccenda dell’ego. Dissolversi.

Lebold riesce quindi e insomma in un’impresa assai ardua: rendere giustizia alla complessità di Cohen senza tradirne lo spirito, rispettando cioè quella tensione tra gravità e leggerezza che è la cifra stessa dell’opera coheniana. Non si tratta di agiografia né di semplice esegesi testuale, ma di un tentativo riuscito di pensare insieme vita, arte, spiritualità e filosofia, mostrando come in Cohen questi piani non fossero mai separabili. In fondo è un saggio che si pone la stessa missione che animava le canzoni del grande canadese: non offrire facili consolazioni ma qualcosa di più prezioso, uno sguardo lucido, a tratti spietato e sempre compassionevole sulla nostra condizione di creature che cadono e si rialzano, dissolvendosi nell’amore da cui e in cui sono arsi. E che tornano, ancora e ancora. Fino all’ultima caduta.

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