Recensioni

7.3

Decadenza, elevazione, abbandono, humour (nero), corpo, spirito, morte, amore. Le solite vecchie cose che girano per la testa, nel cuore e tra le canzoni di Leonard Cohen. Il quale oggi, alle soglie degli ottanta anni, la presenza scenica recuperata al termine di una parentesi sabbatica di silenziosa meditazione (e otto anni di silenzio discografico), ci regala l'album della estrema maturità. Fa sorridere, certo, parlare di maturità per un artista che già coi primi lavori ha tracciato gli standard espressivi del folk rock cantautorale, ma lo facciamo volendo assimilarne il percorso a quello di Johhny Cash con gli American Recordings o al Dylan di Oh Mercy prima e Time Out Of Mind poi, ovvero quel vagliare il proprio repertorio dalle radici al presente, mirando al cuore della poetica e all'essenza della calligrafia. E' una zona franca, non necessariamente un punto di arrivo, nella quale convergono spinte e tensioni.

Ed è – se volete – una specie di implosione, lo sguardo che si volge all'interno, determinando le condizioni per cui la speculazione espressiva sull'universale coincide con la biografia. Non a caso il disco si apre con versi che recitano "I love to speak with Leonard, he's a sportsman and a shepherd, he's a lazy bastard living in a suit", con quella voce madre di tutti i Nick Cave languidi e ombrosi, prima che Going Home liberi tutta la sua aura gospel minimale. Alla fine saranno dieci ballate dal calore raggelato, stanze ermetiche in cui accadono turbamenti umani troppo umani, stranamente levigati, sospesi in una gelatina fatta di memoria e consapevolezza. Più che le melodie, mediamente belle senza particolari vette, si fa apprezzare l'accorta apprensione del suono, il modo in cui gli elementi – il coro delle Webb Sisters, l'Hammond, le chitarre circospette, gli sbuffi da brass band e gli svolazzi degli archi – costruiscono questo non-luogo mentale: vedi con quale meticolosità vanno a caratterizzare un fondale Americana nel country-soul di Banjo, o il retrogusto da spiritual anthemico di Come Healing.

Detto questo, il baricentro emotivo si colloca ovviamente nel contrasto inebriante tra le liriche e l'incedere felpato ma incalzante dell'interpretazione, un cantar recitando con guitta, rabbrividente solennità: sembra un Tom Waits al netto della raucedine saltimbanca in Amen, impasta polvere di palcoscenico e luce di luna nera in Anyhow (dove va a riprendersi quanto prestato ad un Howe Gelb), spiccia angelica trepidazione folk nella graziosa Crazy To Love You e vibrazioni blues al termine di tutte le notti in Darkness. Con la consueta modestia da genio discreto sull'orlo di un crepuscolo smisurato.

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