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Tra i (molti) motivi di interesse che circondano Hamnet – Nel nome del figlio, uno dei titoli più sponsorizzati del 2025 fin dalla presentazione al Telluride Film Festival, spicca inevitabilmente la ricerca delle ragioni che hanno spinto un nome come quello di Chloé Zhao a tornare dal Pianeta Marvel con un film apparentemente distante tanto dal suo immaginario più riconoscibile, quello che l’ha resa una regista celebrata e unanimemente riconosciuta.

Non a caso, le cronache raccontano che la regista di origine cinese abbia inizialmente declinato l’offerta di imbarcarsi nel progetto, salvo poi lasciarsi convincere dall’insistenza di Paul Mescal, uno dei due splendidi protagonisti della pellicola insieme a Jessie Buckley, già vincitrice ai Golden Globe e in primissima fila per un possibile bis alla notte degli Oscar.

La prima volta.

Sono loro due i pilastri su cui si fonda Hamnet – Nel nome del figlio, soprattutto perché la pellicola, tratta dal romanzo Nel nome del figlio di Maggie O’Farrell – anche co-sceneggiatrice –, ruota interamente intorno ai mondi che i due innamorati incarnano e alle traiettorie attraverso cui tentano di costruire un dialogo capace di reggere il peso della vita di coppia e dei sentimenti più profondi, nel bene come nel male.

Lui e lei sono William (Mescal) e Anne, detta Agnes (Buckley). Il primo è un giovane costretto a lavorare come insegnante privato di latino per ripagare i debiti paterni; la seconda è una falconiera che si sente a casa solo immersa nella natura e che gli abitanti del suo villaggio descrivono come una strega dei boschi. Il loro incontro arriva come un’ondata irresistibile. Si scelgono, si amano da subito e fanno di tutto per stare insieme, travolgendo le rispettive famiglie e le rigide regole della società dell’epoca.

Il matrimonio nasce da un’emotività selvaggia, viscerale e prorompente, così come la concezione del loro primogenito, ma la convivenza porta inevitabilmente le prime fratture. In particolare esplode la frustrazione di William, che si scopre intrappolato in una dimensione contadina troppo simile a quella del padre di Stratford-upon-Avon, senza però riuscire a chiedere ad Agnes di lasciarlo andare. Sarà lei stessa a indirizzarlo verso Londra, riconoscendone la necessità, ma inaugurando una stagione di progressiva solitudine.

Commedianti immersi nella natura.

La separazione accresce infatti la distanza tra i due, lasciando un vuoto che diventa terreno fertile per una perdita destinata ad allontanarli definitivamente e a rendere impossibile qualsiasi tentativo di ricomposizione: la morte del loro unico figlio maschio, Hamnet, nome gemello – intercambiabile – di Hamlet.

Chloé Zhao accetta così di rileggere il mito shakespeariano al cinema concentrandosi su come l’elaborazione del lutto più indicibile abbia portato alla nascita della prima grande tragedia del Bardo. Lo fa adottando un punto di vista femminile e inserendo nella narrazione la propria idea dell’essere umano come parte integrante della natura. La sua Agnes, crocevia di vita e di morte, è sorella del falco che guida e delle foglie che crescono sugli alberi, tra le cui radici ritrova una versione fetale di se stessa: una ninfa che attrae un uomo con la testa rivolta a un altrove fatto di parole e di immaginazione.

I punti di connessione in cui si gioca il destino del loro rapporto risiedono nella dimensione spirituale e intimista che condividono e che i figli incarnano. Soprattutto Hamnet, aspirante commediante che agita il bastone tra l’erba alta tanto amata dalla madre. La sua scomparsa – anticipata da cattivi auspici e ombrosi presagi – sancisce il crollo di un apparato tanto potente quanto fragile, con i piedi che affondano nell’umido (ultra)terriccio del bosco e il capo sospeso tra le infinite combinazioni delle parole e dei loro significati.

Lo sguardo di Agnes Buckley.

Tutto questo Zhao lo racconta con un linguaggio struggente e a tratti ammaliante, sorretto da evidenti suggestioni pittoriche, elegante e misurato. Ma l’apice arriva in un finale catartico, in cui i due mondi rappresentati dagli innamorati trovano un nuovo punto di contatto attraverso la sublimazione dell’orrore, accessibile solo tramite l’arte.

La storia d’origine della tragedia per eccellenza diventa così, in Hamnet – Nel nome del figlio, il racconto di formazione di una coppia che riesce a diventare tale in ogni senso possibile solo dopo essersi persa apparentemente senza rimedio. Un miracolo capace di espandersi dalla dimensione intima a quella collettiva, coinvolgendo chiunque ne sia testimone o, più semplicemente, spettatore.

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