Recensioni

7

Sembra quasi un obbligo, e per la band è senz’altro un fardello, che ogni recensione dei !!! da un po’ di album a questa parte inizi con un impietoso confronto con ciò che la formazione è stata e ha rappresentato ad inizio 00s. Prima dominavano urgenza, volumi e tracotanza, e chiunque abbia assistito ai live del periodo (e ha ancora timpani per raccontarlo) lo può confermare; oggi forme e formati plasmano una bestia non più punk funk, eppure più libera e maculata.

Probabilmente senza confronti con quei dischi perfettamente incastonati nel periodo di rinascita post-punk d’inizio 00s, i dischi di Offer e co. da Strange Weather, Isn’t It? in avanti, avrebbero meno problemi a venir inquadrati per come dovrebbero esserlo: prodotti di una degna band al confine tra disco, house, funk disco, soul e pop, inserita meglio di altre in questo eterno recupero di stilemi dance novecenteschi. Wallop ci dà una scusa forse migliore di altre per omaggiare un scafato gruppo capace di agitarsi con necessaria disinvoltura e faccia tosta nei molteplici rivoli della cultura dance, specie quella che ha animato le notti della Grande Mela nel corso dei decenni, metti da quando apparvero i murales di Keith Haring in avanti.

Registrato (come al solito) nell’appartamento/studio di Brooklyn del frontman della band, e con ospiti Angus Andrew (Liars), Maria Uzor (Sink Ya Teeth), Cameron Mesirow (Glasser) e una fan sfegatata di Tina Turner e Aretha Franklin come Meah Pace, il disco si rifà in parte a 90s già esplorati (lato house) e in parte ad altri Novanta. «Conosco tutta quella roba anni ’80 – racconta beffardo Offer nella nota stampa – e quindi mi son domandato “cosa è successo nei 90s?”. Nei Novanta ascoltavo solo James Brown». Già, i 90s sono una buona merce da metter sul piatto e il buon Nic gioca di spiccio marketing per venderci la sua ultima creatura che, fortunatamente per noi, si agita in un recinto molto più ampio. Si parte con un classico tiro funk del combo – Let It Change U – caricato di quegli effetti spaziali e pump up a strizzare l’occhio a produzioni big beat, Chemical Brothers e paraggi (espedienti che torneranno plateali in scaletta nell’esplosiva Off The Grid ma anche in Rhythm Of The Gravity con quel very british breakbeat) poi si va da agili incastri e chitarrine frizzanti altezza Cassius (Couldn’t Have Known e In The Grid) a della torba electro boogie che fa molto 80s (UR Paranoid) e, per quella via, lustrini synth pop dichiaratamente edonisti non mancano (Serbia Drums con tanto di chitarrine scintillanti stile Police), come pure del sensuale dâm-funkismo un po’ lounge e un po’ pop (My Fault e Slow Motion, un mezzo lento che ricorda alla lontana le produzioni di Joe Smooth).

Insomma 40 anni abbondanti di influenze abilmente condensati in una tracklist che contempla sinuose morbidezze ed energici strappi, ebrezza e brio, il tutto condito d’eleganza r’n’b/soul e quel residuo fisso d’amarognola disillusione ormai anch’esso caratteristico del combo. Cultura dance da ascoltare in pista come a bordo piscina, al bar con il cocktail e in spiaggia col sole a picco sull’oceano. È vero, passata la metà della scaletta il tiro cala un po’ e forse pure l’ispirazione (Domino), ma probabilmente il difetto più grosso dei Chk Chk Chk oggi è quello di non avere hit single ricordabili sul lungo periodo. La materia la maneggiano bene ma è tutto di pronto (e forse troppo rapido) consumo. Del pop a loro interessa la corteccia non la polpa. Compressione, energia, movimento rimangono centrali. E non chiedete loro un anthemica disco da fine del mondo come i tempi richiederebbero (e come loro all’inizio dimostrarono di saper fare). Per tutte queste ragioni non stiamo parlando di un gruppo imprescindibile, ma di una valida band che lungo gli anni ’10 ha tenacemente portato avanti, con passione e trasporto, un personale messaggio quello sì. Allora come oggi la missione è sempre la medesima: “shake it off and dance your cares away”.

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