Recensioni

A memoria, e anche un po’ a caso, perché districarsi nella tentacolare attività musicale di Rob Mazurek è come perdersi dentro un labirinto di gioie pure, quella dell’entità mobile o collettivo che dir si voglia Chicago Underground, progetto estendibile dal Duo all’Orchestra non disdegnando meticciati vari con London e Sao Paulo, dovrebbe essere il progetto più longevo del trombettista americano.
È quindi un felice e inatteso ritorno quello che segna il debutto su International Anthem per Mazurek e il sodale Chad Taylor, e non solo perché chiude uno iato più che decennale dall’ultimo disco del duo, ovvero Locus. I due, il primo a tromba ed elettronica, il secondo alle pelli (più kalimba e mbiri), sono in grandissima forma e riprendono il discorso da dove lo avevano interrotto, ovvero da quell’ibrido sonoro pienamente chicagoano che fonde e confonde jazz libero e attitudine post-rock in una ideale continuità e contiguità tra Art Ensemble Of Chicago e Tortoise e Makaya McCraven: come a dire, mezzo secolo abbondante di ricerca, innovazione, tradizione, sperimentazione e quant’altro.
Facile immaginare che in Hyperglyph si ritrovi tutto ciò che i due hanno assorbito e con cui hanno trafficato in decenni di interrelazioni e scambi: poliritmie afro e visionarietà à la Don Cherry, groove a far da spina dorsale (Hyperglyph), interplay denso e movimentato da minimal-big band (l’opener Click Song e la sua policromia) oppure evanescente e mistico (la conclusiva Succulent Amber costruita sul suo dialogo tra kalimba e synth che richiama la Natural Information Society di Joshua Abrams), sketch quasi afro-electro-d’n’b (Contents Of Your Heavenly Body), folate milesdavisiane e avventurosità post-moderna (Hemiumu).
Su tutto, la suite in tre movimenti Egyptian Suite, vero perno dell’intero lavoro: echi di jazz etiope meets Il Cairo best guys (i Dwarfs Of East Agouza di Sam Shalabi, Alan Bishop e Maurice Louca) in The Architect, atmosfere misteriche e notturne come in preparazione a qualche rituale sotto le piramidi di Giza (Triangulation Of Light), esplosioni free-form tra tempeste di batteria poliritmica e astrazioni di fiati (Architectronics Of Time). Ottimo come sempre, ma la speranza è di non attendere altri dieci anni per ascoltare ancora questi due.
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