Recensioni

Com’è noto, da alcuni lustri Chicago ha inteso rinverdire il suo mito. Dentro una congerie di trii, dui, moni e tetra, una nuova generazione di musicisti “sincretici” spazza la scena creativa cittadina, accomunata nell’intento del superamento delle divisioni generiche puntando, tra improvvisazione ed elettronica, da capitoli “devozionali” ed austerità post-rock, all’assimilazione dell’eredità mitica dei jazz-ensambles dei Settanta, attraverso l’investigazione di sonorità influenzate dalla ricerca europea (francese, nordica, teutonica).
Uno dei gruppi più rappresentativi di tale rinascimento è il Chicago Underground Duo, composto dal suonatore di cornetta e strumenti elettronici Rob Mazurek e dal batterista e vibrafonista Chad Taylor. La loro originalissima proposta assiepa, in prima battuta, i lavori di Don Cherry e Ed Blackwell, riferimenti evidenti ed apprezzabili nella loro epistemica rilettura, amplificando la traiettoria stilistica verso i lidi dell’elettronica, narrata mediante ritmiche drammatiche e travolgenti. La raffinatezza e la leggerezza dei suoni incantano, e quest’ultimo albo trasporta efflorescenze asiatiche ed africane su protocolli d’auralità contemporanea davvero intelligenti e convincenti.
In Praise Of Shadow è stato registrato in soli quattro giorni di lucida improvvisazione free-form. Complimenti vivissimi: una maturità invidiabile, tratta da un decennio di carriera di cui il capitolo segna il nono anniversario di stampa ed il quarto con il grado di duo, qui votato al focus dell’improvvisazione catalitica, della tensione tra spazi e densità, sound and silence. I contrasti sonici duellano e confezionano una moderna composizione, giustapposta al free, approcciata secondo direzioni polisemiche, frutto d’accorti recuperi, per effetto dei numerosissimi contributi che i due musicisti hanno procurato a diversissimi contesti collaborativi (tra cui Exploiting Star Orchestra, John McEntire, Jim Baker, Ken Vandemark, Marc Ribot, Roy Campbell, Henry Grimes, William Parker, Fred Anderson, Josh Berman, Sam Prekop e molti altri).
Il duo utilizza svariatissimi approcci, risorse diverse ma pazientemente coltivate, vastamente padroneggiate, dove il drumming elegante e mai affettato accomuna genialità pop ed overdubs simultanei; la cornetta di Mazurek colleziona l’esperienza di talentuosa creatività costituzionale, per nulla prona al clamore dell’altisonante nominalità dei riferimenti.
The Glass House rammenta, nientemeno, i Kraftwerk di Ralf & Florian, surclassandoli per ermeneutica e naturalismo; Pangea è una meravigliosa tessitura cimbalica che scuoterebbe il torpore dell’ultimo Eno, Funeral of Dream assegna i compiti per le vacanze in quanto a tecnica e tattica d’improvvisazione.
Per chi ha orecchie per ascoltare.
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