Recensioni

Ricostruire la realtà attraverso fotografie o video ha sempre avuto un qualcosa di inquietante, persino distopico, nella storia del cinema. In Blow up di Michelangelo Antonioni, lo sviluppo e l’ingrandimento di una pellicola porta il fotografo Thomas alla scoperta di un tentativo di assassinio. In The entire history of you, terzo episodio della prima stagione di Black Mirror, un chip nel cervello permette di ripescare e ripercorrere in maniera ossessiva i ricordi come se fossero videoclip, portando alla fine di una storia d’amore. In questo genere di storie, i soggetti immortalati diventano fantasmi, e i fantasmi, si sa, sono fatti per tormentare.
In Aftersun della regista scozzese Charlotte Wells si instaura lo stesso meccanismo, ma stavolta con un tono completamente diverso. C’è sempre l’ignoto e il tentativo di ricostruire una storia personale a cui mancano dei pezzi fondamentali, ma c’è anche tanta malinconia e, soprattutto, tanta empatia. Al centro della scena, c’è l’ultima estate di un padre e sua figlia, Sophie, interpretata da Frankie Corio (anche lei al suo debutto cinematografico). Il fantasma dal passato di turno qui è proprio Calum, il giovane padre interpretato da Paul Mescal. È, questo, un film costruito da ricordi in cellulosa, girato come se fosse visto dall’occhio della telecamerina anni ’90 di Sophie (la fotografia di Gregory Oke emula proprio i colori di una vecchia polaroid). Si potrebbe dire che Aftersun è un’esperienza quasi meta-cinematografica: il nostro sguardo sul film è quello di una ragazzina undicenne, che si sta godendo una vacanza in Turchia ma avverte l’ombra di qualcosa su suo padre, qualcosa di troppo grande che non riesce a comprendere. È malato? Ha problemi con la legge? Si droga? Ci sono spunti, qui e là, ma è chiaro fin dall’inizio che qualcosa non va, quando lo vediamo con un braccio rotto, quando si dispiace per non potersi permettere qualcosa al mercato, lo vediamo distaccato anche quando tenta di camuffare quella sua sensazione. Così, il senso di impotenza di Sophie diventa anche il nostro. Un percorso tracciato anche dalla musica, che passa da John Hult e i Chumbawamba fino ai R.E.M. e i Blur.
In scena appaiono fotografie, polaroid che diventano sempre più nitide, che è un po’ il contrario di quelle che sente Sophie adulta (interpretata da Celia Rowlson-Hall): i ricordi si fanno sempre più distanti, ma riguardare quelle immagini con una consapevolezza diversa permette di ricucire definitivamente quella spaccatura del suo passato. Alla fine, infatti, la vediamo seduta su un divano, mentre un proiettore ha terminato di mostrare le immagini del loro ultimo saluto all’aeroporto, alla fine della vacanza.
Aftersun è un film veramente bello: è lineare, semplice, ed esplode soprattutto alla fine, quando vediamo Calum in quello che sembra essere un rave (che intravediamo anche al di là delle porte in aeroporto, che varca dopo aver salutato per sempre sua figlia). Inizialmente la scena è confusa, le luci stroboscopiche permettono a malapena di intravedere Calum, poi le immagini si fanno più chiare non appena vediamo la Sophie adulta raggiungerlo, sembra urlargli contro ma le voci sono sovrastate dalla musica di Under Pressure. La Sophie adulta e il Calum del passato sono adesso coetanei: lui sembra abbandonarsi a lei perché sta male, lei sembra aggrapparsi a lui. Annullata la distanza anagrafica, resta la tristezza di un’occasione sprecata ma di un affetto che non è mai mancato.
Mentre Paul Mescal conferma di essere uno degli attori più interessanti degli ultimi anni, Charlotte Wells firma un esordio davvero promettente. Aftersun, come lei stessa ha raccontato, è una storia dai contorni autobiografici: il tentativo di Sophie adulta di riscoprire i ricordi di suo padre sotto una nuova luce è, molto probabilmente, il riflesso di ciò che lei ha tentato di fare con la sua storia personale, proprio tramite questo film. Del resto, ci ha restituito benissimo quelle sensazioni di nostalgia e amore che scorrono tra genitore e figlia. Un film perfetto da vedere se vi sentite malinconici (se siete lontani da casa e sentite la mancanza della vostra famiglia, vi farà venir voglia di fare quella telefonata che state rimandando da tanto tempo).
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