Queen & David Bowie cover “Under Pressure”

Queen & David Bowie. “Under Pressure”, un braccio di ferro creativo

Pubblicata in formato 45 giri il 26 ottobre 1981, senza nessun tipo di spinta promozionale ed accompagnata da una copertina completamente nera sulla quale campeggiano solo titolo ed i nomi degli autori ed esecutori, la canzone Under Pressure raggiunse comunque subito la posizione n. 1 nella classifica dei singoli del Regno Unito e la prima posizione in altri dieci paesi. C’era da aspettarsi un esito diverso da questo visto che i titolari del singolo in questione erano niente meno che David Bowie in combutta con i Queen di Freddie Mercury? Chiaro che no. L’understatement misto a baldanzosa sicurezza di sé con la quale l’operazione era stata presentata lo dimostra chiaramente. In qualche maniera, il risultato è superiore addirittura alla somma delle singole parti, considerando che si tratterà del secondo singolo n. 1 dei Queen e il terzo di David Bowie. Precedentemente infatti, l’unico singolo dei Queen a raggiungere la vetta delle classifiche UK era stato Bohemian Rhapsody, mentre Bowie aveva ottenuto la prima posizione nel Regno Unito con Space Oddity e Ashes To Ashes. I retroscena di questa eccezionale collaborazione sono stati raccontati tantissime volte ma vale la pena ripercorrerne le tappe anche in questa occasione, riscoprire l’intreccio di coincidenze e pura cocciuttaggine che hanno dato vita a questo capolavoro del rock più unico che raro.

Stando a quanto raccontato da testimoni di quell’epoca, la conoscenza tra Mercury e Bowie risaliva già ai tardi anni sessanta. Mentre alcuni giurano e spergiurano che Freddie fosse addirittura stato roadie del David esordiente, pare invece più probabile che – come invece riportato da altre fonti – in occasione di un piccolo concerto tenuto da Bowie all’interno dell’Ealing Art College, divenuto celebre per essere stato appunto quello frequentato da Mercury, quest’ultimo si fosse prestato ad allestire un palco improvvisato ed a portare la sua attrezzatura. Non molto tempo dopo, l’intraprendente cantante dei Queen assieme al batterista Roger Taylor si dette alla vendita di abbigliamento usato aprendo una bancarella al mercato di Kensington. Ed è qui che ancora una volta il caso volle che le due future rockstar si incontrassero. Ma c’è di più, anche in questa occasione Mercury dimostrò la sua ammirazione e generosità, regalando un paio di stivali a Bowie che, a suo dire almeno, non si poteva permettere di comprare.

Avanti veloce fino all’estate del 1981, quando i Queen si trovavano in Svizzera per delle session di registrazione nei Mountain Studios di Montreux, di cui la band era anche proprietaria. Bowie, casualmente negli stessi paraggi in veste di esule fiscale in cerca di un nuovo contratto discografico, venne invitato in maniera informale da David Richards – tecnico del suono e produttore della band – a fare visita ai connazionali al lavoro in studio. Come raccontato dallo stesso Roger Taylor in diverse occasioni, e più di recente al mensile Uncut: “Ho incontrato Bowie per la prima volta quando eravamo di supporto ai Mott The Hoople all’Hammersmith Odeon, e lui si è presentato nel backstage con Mick Jagger! Ma l’ho conosciuto bene solo in Svizzera, quando la sua visita si trasformò in una jam session in cui ci mettemmo a suonare ogni sorta di vecchie canzoni… qualsiasi cosa ci venisse in mente, finchè lui non propose di scrivere una canzone insieme, quella notte stessa”.

Under Pressure è vagamente basata su un demo che avevo fatto per una canzone chiamata Feel Like, ma a dire il vero la scintilla iniziale è partita da lui. Si è messo a suonare una sequenza discendente al pianoforte, io ho iniziato a suonare l’hi-hat, poi tutti abbiamo iniziato a schioccare le dita ed a battere le mani a ritmo, anche questa un’idea sua, mentre John ha inventato all’istante quell’inconfondibile linea di basso. Siamo usciti tutti per una pizza e quando siamo tornati John s’era già dimenticato la sua parte! Per fortuna me la sono ricordata io. Poi Freddie e David hanno proposto linee melodiche diverse. Avevamo chiuso a chiave uno dei due, in modo che non potessero sentire quello che faceva l’altro, così hanno proposto linee alternative e poi le abbiamo scambiate. Ho finito il brano con David a New York, che ha messo a punto tutte le diverse sovraincisioni vocali, e da li in poi siamo rimasti molto amici”.

This is ourselves
Under pressure

Nonostante quanto raccontato da Taylor sembri filare liscio come l’olio, stando ad altre fonti più che attendibili, una volta innescata la miccia e messo in moto il meccanismo creativo l’atmosfera in studio si era fatta decisamente più densa e tesa, data l’ansia da prestazione causata dalla presenza di Bowie. A meno che non si voglia dubitare della testimonianza dello stesso Brian May che nel corso di alcune interviste – in particolare quelle rilasciate qualche anno fa al Daily Mirror ed al mensile musicale Mojo – ha così ricordato: “Essendo abituati a suonare insieme, solitamente in studio ci trovavamo a nostro agio, ma in quell’occasione… c’era quest’altro tipo, che ci tempestava di imput (…) A quel punto David si era davvero appassionato e credo avesse una visione precisa in testa. Era diventato un processo piuttosto difficile e qualcuno doveva tirarsi indietro, e in effetti io mi sono fatto in disparte, cosa insolita per me”, ed ancora, “C’è stato anche un momento di tensione con John Deacon”.

Freddie Mercury (Wembley version ’86) e David Bowie (Freddie Mercury Tribute Concert, 1992)

“Qual’era il tuo riff, Deacy?”, dice David “Era così”, dice John. Ma Bowie protesta: “No, non era così, era così”. Mi sembra di vederli ancora adesso. Bowie che si avvicina e mette la mano sulla mano di John per fermarlo mentre suonava. È stato un momento divertente, ma poteva anche andare molto diversamente”. Aggiungendo anche: “Pure Freddie e David sono arrivati allo scontro, senza dubbio. Ma è proprio in quel momento che sono scoccate le scintille ed è per questo che il risultato è stato così grande”. Infatti nel paio di giorni seguenti quella prima sessione la tensione non accennò a calare, anzi: “Continuarono a scontrarsi in maniera in maniera sottile, come per esempio… chi arrivava per ultimo allo studio. Era una cosa meravigliosa e terribile al tempo stesso”. Come risultato di questa sorta di braccio di ferro creativo fece seguito l’insoddisfazione dello stesso Bowie che, dopo aver ostinatamente spinto verso l’obbiettivo della sua realizzazione, cercò di bloccare la pubblicazione della canzone.

It’s the terror of knowing
what this world is about

Dal punto di vista artistico e concettuale il video firmato dal regista britannico David Mallett molto coerentemente rinunciava del tutto alla partecipazione dei titolari – che di fatto non promossero mai in senso tradizionale il loro singolo – anche se da un lato molto più pratico era un tentativo di fare di necessità virtù, visto che a causa dei loro diversi impegni professionali, i musicisti non erano in grado di partecipare insieme alle eventuali riprese.

Già dalla fine degli anni ’70 Mallett aveva legato il proprio nome a quello di Bowie e curando la regia dei suoi video promozionali anche da quel momento in avanti, firmando quindi classici della videomusic quali Ashes to Ashes, Let’s Dance e China Girl, ma non solo. La sua videografia è praticamente un “chi è chi” del rock e pop: Blondie, Rolling Stones, Peter Gabriel, Iron Maiden, Def Leppard, AC/DC, Rush, Billy Idol, Kiss, Rod Stewart, Tina Turner, Bryan Adams, INXS, U2, Elton John, Madonna ed innumerevoli altri. Insomma il mainstream ai livelli più commercialmente alti. In questo caso però l’approccio fu meno diretto, minimalista se non del tutto sottotono. Usando filmati di d’archivio – gran parte di questi in bianco e nero – e montandoli ad hoc, il regista cercò di rappresentare quello che i songwriter avevano cercato di comunicare nel loro testo rappresentandone con successo l’essenza. Infatti, se la tensione creativa tra Mercury e Bowie, attraverso la loro performance vocale, è del tutto palpabile, elettrizzante ed in alcuni momenti genuinamente toccante, non da meno ne è il testo da loro scritto.

Ecco dunque susseguirsi immagini di un’umanità inquieta, in perenne movimento, in rivolta, in lotta contro se stessa. Un umanità che ama, crea e che si distrugge in una continua (ma fino a quando?) ed insensata alternanza. Così come a queste immagini di repertorio si alternano quelle tratte da classici del cinema muto ed i suoi mostruosi incubi (il frutto del sonno della coscienza) come il Nosferatu di Murnau. Immagini che sottolineano con didascalica efficacia il duetto tra un cinico e quasi distaccato Bowie al quale spetta il compito di elargire pillole di dura realtà: “Pressure, pushing down on me / Pressing down on you, no man ask for”,”Insanity laughs, under pressure we’re breaking”,“This is our last dance”, mentre uno stellare Mercury fa da suo sfidante contraltare, interpretando la voce della volontà che sotto la pressione si piega, certo, ma non si arrende. L’amarezza della voce di Bowie e quella accorata e resiliente di Mercury si intrecciano in un climax emotivo di rara intensità e bellezza, rendendo questo duetto uno dei più riusciti della storia del rock. Se non quello definitivo.

Pur non avendo mai più interpretato insieme la canzone, da allora in avanti i Queen la inclusero nel loro repertorio live. Particolarmente famosa la loro esibizione in occasione del mega concerto Live Aid, al quale, tra gli altri, partecipò anche Bowie. Ma è nel solo backstage dell’evento che le due rockstar si reincontrarono ancora una volta, così come rivelato Bernard Doherty, all’epoca addetto stampa di Bowie: “L’unico musicista che David era veramente contento di vedere era Freddie. Erano davvero felici di essere di nuovo insieme. Chiacchierarono come se si fossero visti solo il giorno prima. L’affetto tra loro era tangibile”.

Can’t we give ourselves one more chance?
Why can’t we give love that one more chance?
Why can’t we give love, give love, give love, give love
Give love, give love, give love, give love, give love?

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