Recensioni

Ricordate Palace? Quel romanticissimo monumento al wave-pop, con dentro canzoni incredibili come The Shore eSurfacing? Roba che faceva rivivere per miracolo nello stesso disco Smiths, Ride, Echo & The Bunnymen senza riciclare nessuno di essi, con songwriting e arrangiamenti personali, tosti ed eccellentemente architettati? Uno di quegli esordi per cui, una volta tanto, valeva davvero la pena di gridare al capolavoro? Bene, potete scordarvelo. I loro autori, i londinesi Chapel Club, lo hanno fatto senza alcun rimpianto, sostenendo che “non era abbastanza fantasioso e inventivo” e che fosse “privo di sorprese”, proponendosi di “purificare la fanbase dai nostalgici post-punk pieni di dopamina fino ai capelli”. Quindi beccatevi Good Together, la loro sconcertante metamorfosi sunshine (synth) pop: via le chitarre, via i cuori infranti, via il crooning di Lewis Bowman; dentro i sintetizzatori (l’iniziale Sleep Alone, il pastiche bowiano Fruit Machine), i coretti, le melodie ariose alla Beach Boys / Animal Collective (Sequins, Jenny Baby), i ritmi house (la coda ipnotica della title track), pure il falsetto (Shy). Il suicidio è servito, dite? Sì e no.
Ora, viene persino naturale lasciarsi andare a una lettura “ideologica” di questo disco. La suggerisce e in un certo senso ce la impone la stessa band, nel momento in cui rivendica fieramente presunta indipendenza e libertà e, soprattutto, afferma che quella di Palace non fosse la sua “vera” musica. Inevitabile quindi riflettere sugli spietati meccanismi dello showbiz in UK, tritacarne implacabile al punto che se il tuo album, per quanto ottimo, si ferma al trentunesimo posto in classifica, viene stroncato da NME (che pure aveva osannato i primi singoli!) e totalmente ignorato da Pitchfork, bisogna fermarsi e rifare tutto da capo (!), anche perché la Polydor ti ha già scaricato. O, se accreditiamo la versione dei protagonisti, dobbiamo ritenere che ci siano dj, giornalisti, produttori e major in grado di plasmare a loro piacimento l’identità artistica di una band appena formata, forzandola a comporre musica non nelle sue corde. Riascoltando Palace, però, non ci sembra che qualcuno abbia puntato una pistola contro questi ragazzi. E d’altronde, se prendiamo un esempio che potrebbe fare al caso nostro come gli Horrors, le loro continue metamorfosi di disco in disco hanno un denominatore comune: l’identità artistica di Faris Badwan e sodali, che trapela a prescindere dallo stile preso in esame (Bowie docet). Qui, questa identità fatica ad emergere, anzi: a questo punto non capiamo proprio quale sia.
La buona fattura di Good Together (che tuttavia rimane dispersivo e non ha la coesione che avrebbe reso il cambiamento quantomeno accettabile) e l’indubbia validità di alcune canzoni (Scared, oltre le citate), nonché certe soluzioni effettivamente sperimentali e inventive ci porterebbe a valutarlo a prescindere, per quel che è: un discreto e interessante disco di pop contemporaneo, opera di una band parecchio intelligente, curiosa e dotata di un certo talento. Ma anche un po’ confusa.
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