Recensioni

Lo scorso marzo parlavamo di come act à la Two Door Cinema Club, Big Pink e Delphic avessero spostato la lancetta delle produzioni UK verso un altrove ancora nebuloso ma dai contorni piuttosto chiari. Dalle chitarre garage e, in generale, dall’estetica r’n’r più o meno in bassa fedeltà, evidenti erano i segnali verso un sound corposo, stratificato, potente e – perché no – moderno. Di quale modernità stavamo parlando lo scopriamo ora nei The Joy Formidable e soprattutto in questi Chapel Club. Due formazioni che arrivano quasi contemporaneamente all’esordio e che nel range Ottanta/Novanta puntano il dito decisi verso il secondo polo.
La sintetica che si ascolta nelle loro tracklist è una questione di rivedere le chitarre alla luce della rivoluzione che cambiò per sempre il rock di quegli anni, il suono My Bloody Valentine. Ci si rinnova con un suono shoegazey (Ride), magari sull’eco delle recenti produzioni Interpol e soprattutto Editors, e lo si fa per dare un contorno di forza e magnificenza a liriche di converso angeliche e spirituali, in cerca di nuovi intimismi.
Nei giri di basso e in qualche strofa, i legami con il post-punk si sentono ancora. In particolare, nei londinesi Chapel Club: il crooning è una faccenda smithsiana (Fine Light), d'amore per i classici della celluloide, dai richiami fifties, che se a tratti ha del rockabilly di certo Billy Idol in serenata (The Shore) deve molto di più, se non tutto, agli Echo & the Bunnymen.
Venendo all’esordio, Palace, come The Big Roar del terzetto del Welsh, ha innanzitutto un'eccellente produzione. Merito di Paul Epworth che di contaminazioni tra chitarre e sintetiche se ne intende (Bloc Party, Florence And The Machine) e dell’abile intreccio di queste con i suoni più vintagisticamente rock. Il resto ce lo mette una band con un buon gusto melodico e arrangiativo. Magari ancora in cerca di una personalità forte, eppure vestita inappuntabilmente degli intrecci chitarristici di Alex Parry e Michael Hibbert e dell'affascinante crooning di Bowman che dei Chapel Club è front man, lyricist e ideatore del brand (in fissa con tematiche religiose pare).
Nella tracklist troviamo singoli indie-a-porter funzionali all’hype (O Maybe I, la cover 'modificata' Dream A Little Dream Of Me intitolata Surfacing), ed episodi dal buon afflato e costruzione melodica come Five Trees (che si posiziona dalle parti del McCulloch più efficace) e Blind (ancora i Bunnymen romantici). I mezzo, altri buoni scatti (After The Flood dalle tese trame psych e intimismi Coldplay) e senz'altro una ballata da ricordare (The Shore). Non il vero e proprio colpo al cuore. Allo stesso tempo: un buonissimo esordio.
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