Recensioni

7.5

memoryland è il settimo album per il canadese CFCF, all’anagrafe Michael Silver, seguito ideale del suo Liquid Colours, longplayer pubblicato nel 2019 da BGM Memoryland Retail Environments and Relaxation Outlets, la label da lui stesso fondata. Silver è uno dei più interessanti produttori di area elettronica che la scena musicale canadese abbia sfornato negli ultimi due decenni. Ogni sua release, tra singoli, album e quasi un centinaio di remix – tra questi particolarmente prestigiosi quelli realizzati per Max Richter, Owen Pallett e gli HEALTH – costituisce un esempio di come ineccepibile tecnica, brillante musicalità ed una vena nostalgica stemperata allo stesso tempo da una visone benevolmente critica – sempre palesemente presenti – possano costituire miscela altamente efficace da un punto di vista creativo.

Il musicista resta sentimentalmente legato agli anni ’90, decennio nel quale è avvenuta la propria socializzazione, nel quale si è sviluppato il suo precoce gusto musicale e dal quale trae in continuazione ispirazione, ma la sua prospettiva è legata indissolubilmente con il presente, lente con la quale riuscire a filtrare questo tipo di influenze con un occhio disincantato, conscio degli scherzi che le distorsioni della memoria – la cosiddetta ipnagogia – possono giocare. Conscio anche dell’impossibilità di ricreare in maniera totalmente fedele quel genere di sonorità, e di vantare un autenticità che non gli può appartenere per questioni generazionali e di provenienza geografica, il produttore se ne appropria e ci gioca per dare vita ad un personalissima versione “d’autore”.

Così come The Colours of Life era una rivisitazione/riattualizzazione di stereotipi dei generi easy listening e new age, Liquid Colours si appropriava della drum & bass più dozzinale – croce e delizia del mercato discografico dance anni ’90, inondato da remix di pseudo d&b che sono solo serviti ad inflazionare e svalutare per un lungo periodo il genere – riuscendo in un certo senso a ri-nobilitarla. Ora, includendo elementi di house, trance, UK garage, pop e perfino indie-rock, in questo memoryland il canadese si abbandona completamente ad un esercizio di “total recall”, spinto anche da un senso di inquietudine derivato dall’incertezza e dall’ansia sperimentata durante l’anno passato: “Ho cominciato a provare una certa stanchezza dovuta alla sovrabbondanza di musica finalizzata a calmare o motivare alla produzione l’ascoltatore. Ho sentito il bisogno di qualcosa di angosciante, confuso e scuro, e nonostante questo coperto da una patina pop”.

L’ambientazione si presta perfettamente a questo tipo di rilettura che serve anche da pretesto per una narrazione semi autobiografica, una sorta di resa dei conti con il passato, nel tentativo di fare chiarezza nel presente e preparare un possibile e migliore futuro. Silver è coadiuvato in questo da i No Joy e da Sarah Midori Perry dei Kero Kero Bonito – rispettivamente in Model Castings e in Heaven – mentre in Punksong (un minuto e trenta di contagioso pop punk elettronico, come anticipa il titolo) e Night​/​Day​/​Work​/​Home (una Born Slippy per il terzo millennio) si lancia personalmente e con gusto in veste di vocalista lasciando che sia la dimensione strumentale a dominare la restante tracklist, dando il senso di una spericolata montagna russa emotiva.

Se sulla carta tutto questo può apparire sconclusionato e senza senso, all’atto pratico la bravura del produttore sta proprio nel riuscire ad unire i punti (apparentemente lontanissimi) tra un riferimento stilistico e l’altro, mettendoli in contatto e offrendo all’ascoltatore un quadro d’insieme che è esperienza sonora altamente personale e contemporaneamente inclusiva. Un viaggio nella memoria collettiva musicale se volete.

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