Recensioni

5

Gli accenni new age che avevamo sentito su Continent, quando Michael Silver era ancora invaghito delle dinamiche glo-fi e aveva appena lasciato il minimalismo synth-cheap anni 80 dell’EP Panesian Nights, su alcuni pezzi di The River (2010) e su The Colours of Life (2015), vengono esplorati in modo più completo in questo nuovo mini album del canadese.

Il concentrarsi su un mondo fatto di citazioni Windham Hill (la storica etichetta sussidiaria della Sony che aveva reso alla portata di tutti il mondo new age), Narada e Andreas Vollenweider, significa spostare l’asse temporale del passato da citare guardando ai Novanta più che ai neo-Ottanta dei Chromatics come benchmark. Ed ecco che ne viene fuori un quadretto da relax (come recita il titolo) pensato come musica d’arredamento, senza troppo impegnarsi sulle tematiche ambientalistico-meditative che caratterizzavano la generazione post-new age dei Novanta (dopo l’”Age of Aquarius” del Movimento) o su una analisi post-moderna e post-millennial della musica come meme già esplorata con successo da James Ferraro.

Disinteressato, macchinico, CFCF costruisce mondi perfetti, al limite dell’immobilità intellettuale. Ci proietta con le sue tastierine in un conservatorismo debordante, fatto di loop di chitarra in eco, sax sinuosi, fisarmoniche finto etnic, un pot-pourri kitsch che ricorda le sensazioni di Fausto Papetti, ma che oggi non fa più sorridere, perché la collocazione non è quella delle balere o dei papà che ascoltano i ricordi di gioventù nelle cassette suonate dall’autoradio dell’Alfasud.

CFCF si assesta su una media banalità, citando troppe volte l’immobilismo armonico di Badalamenti (nell’originale, a suo modo espressivo e geniale), che conferma il basso profilo di certa musica elettronica considerata da troppi ben fatta e che invece viene prodotta andando a ripescare il passato solo come citazione, senza una successiva elaborazione. Al limite dell’atrofia.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette