Recensioni

6.4

Fidarsi di Cesare Malfatti vorrei divenisse un obbligo. Capace di portare alla luce colori e vibrazioni, il cantautore milanese vaglia costantemente un sua prassi conoscitiva, disponendo di sensibilità congenita e vellutata emozionalità. Come nelle ultime sue produzioni, spesso un senso generale sfugge – un’idea di compattezza non è forse nei suoi canoni espressivi – propendendo invece per una plasticità dei contorni dove il singolo episodio spesso vale più dell’intero lotto.

Quest’ultimo lavoro, nato da un incontro quasi fortuito con Antonio Zambrini e Luca Lezziero ad una mostra d’arte di un’amica comune, ripropone, in chiave lounge acoustic-jazz, una combinazione per nulla invalsa: il livello medio di cura profferta all’orchestrazione (Francesco Di Silvestro agli archi) come alle armonie pianistiche, fa oscillare gli ambienti su un mare remissivamente allettato, quasi da laguna, pazientando su genuini intrecci (Per noi) e saldi rondò sincopati, quando nell’esordio ci si prodigava invece sopra una più vasta gamma di percussività (Dodo Nkishi alla batteria, Giovanni Ferrario al basso) che qui viene un po’ meno o agevolmente tralasciata; i testi, ora demandati al Lezziero e Vincenzo Costantino Cinaski, sono meno audaci nel dialogare con l’esterno, ma guadagnano passi fra i non detti e i vis à vis.

Pedanteria da cui stare alla larga è un senso di livellamento da atrii sonori dove l’autore tende troppo a sfumare le immagini (Una casa che). Sta qui capire il motivo di troppa stucchevolezza oppure pazientare ancora un po’.

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