Recensioni

Il Cesare Malfatti solista è sempre stato interessato a una visione architettonica e scientifica della musica, o se volete a una pulizia e a un’eleganza di fondo che, se fossimo in altri ambiti, accosteremmo senza esitazione al design: linee pulite, ergonomia sonica per orecchie abituate alle microvariazioni, razionalismo pragmatico finalizzato all’eliminazione dei cali di tensione e delle pacchianerie, estrema serietà e metodo. Più o meno quel che accade anche in questo Canzoni Perse, il cui iter di lavoro ci pare rappresenti appieno l’indole del musicista: lui, con un pugno di canzoni in mano, coinvolge il vecchio amico Stefano Giovannardi e gli chiede di arrangiare/remixare quei bozzetti; in tutta risposta Giovannardi gli restituisce una visione della materia “bizzarra” e personale, probabilmente fuori dai canoni estetici dell’ex La Crus, che il Nostro non esita poi a remixare e rielaborare fino ad arrivare, pezzo dopo pezzo, a questo disco.
Un modus operandi da vecchio artigiano che non fa che confermare quanto detto sopra, e che sfocia qui in una visione elettronica raffinatissima nei timbri, soffusa e controllata nei volumi, capace di guardare a certa wave sintetica da un punto di vista peculiare: un microscopio puntato su ogni singolo solco di un suono che vive di morbidezze ritmiche, voci sussurrate, linee melodiche trasparenti e cantautorali. Se da un lato queste canzoni di cristallo, dai suoni caldi e dagli ambienti intimi, ammaliano, dall’altro sembra che abbiano paura di rompersi (o magari di decollare): in scaletta svettano episodi affascinanti e fortemente caratterizzati come Io sognai, Novembre, Lo So Lo Sai o magari 45 giri – una sorta di funk-IDM-trip hop con un testo minimale ma splendido – che riescono nell’impresa di mostrare personalità e narrazione, oltre alla semplice cura, ed altri in cui ci si limita ad apprezzare il valore estetico di una musica che ricerca soprattutto se stessa, la propria funzionalità, l’intelligenza progettuale che la contraddistingue.
Detto che Canzoni Perse è comunque un disco musicalmente apprezzabile – nobilitato dalla voce di Chiara Castello (2 Pigeons, I’m Not A Blonde) e dal mix di Mario Conte – resta la voglia di vedere Malfatti, per una volta, fuori dalla sua comfort zone. Meno fascinoso ed esteta, magari, e abbastanza incosciente da mollare le satinature per farsi un giro sulla wild side del suo impeccabile immaginario.
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